Un particolare della copertina

di Margherita Ciubini

Può un libro di archeologia, che tratta in particolare di scultura ellenistica tardo-repubblicana a Roma e nell’area sud del Lazio, raccogliere la testimonianza di una fonte e la suggestione di un Francis Bacon, il reperto e il commento di un turista probabilmente sprovveduto, la nozione erudita e la percezione di un sentimento in uno sguardo (di statua o di uomo)? Alessandro Celani, archeologo e insegnante presso la University of Alberta di Cortona, nel suo libro «Una certa inquietudine naturale – Sculture ellenistiche fra senso e significato» (edito da Aguaplano nel 2013), è dichiaratamente alla ricerca di una «interdisciplinarietà dello sguardo», che è cosa diversa dal «metodo interdisciplinare». Durante la presentazione svoltasi lunedì per «Le notti dell’archeologia» del Maec di Cortona, Raffaele Marciano, presidente di Aguaplano, ha introdotto l’appuntamento ricordando lo sviluppo e il compimento della pubblicazione del libro di Celani come un passaggio significativo, un punto di svolta fondamentale nel percorso della sua giovane casa editrice, unica umbra presente al Salone del Libro di Torino 2015: un effetto definito «liberante, di apertura editoriale» che poteva venire solo da un testo «caleidoscopico» come quello in questione.

Poliedricità Nel suo intervento il professor Marco Pacioni (insegnante di storia del Rinascimento per Usac presso l’Università della Tuscia e della University of Alberta), ha ribadito il carattere di poliedricità di un testo in cui l’archeologia, pur affrontando un tema specifico, si manifesta nella duplice veste di «studio dei reperti», ma anche, come vuole l’origine della parola stessa, «studio che reinterpreta continuamente l’inizio, l’archè». Nell’arco di un decennio l’autore accumula un grande bagaglio di conoscenze ed elabora un’idea per la struttura di questo poderoso lavoro; ma non rinuncia tuttavia al ripensamento, all’interrogativo aperto, a vuotare il cassetto pieno sul letto e prenderne le conseguenti contaminazioni: a lasciare che letture, visioni, incontri paralleli e (apparentemente) estranei arrivino a disseminare il percorso. Scrive nella prefazione: «Osservare un’epigrafe come uno storico dell’arte, una scultura come un’epigrafista; leggere una poesia come un archeologo, esaminare rovine come un filologo, e così via, per scambi e dislocazioni».

Il dettaglio  e il frammento Dunque un’attenzione al dettaglio (al frammento), una sensibilità verso le vicende umane presenti e passate, un’intuizione rispetto ai volti antichi e moderni, una percezione del dolore, che non rimangono fini a sé stesse quando si è capaci ritrovarle e di ridargli un senso nei lembi di pelle marmorea, nelle pieghe o porosità del bronzo. «Una certa inquietudine naturale» è molti libri dentro un libro: Celani passa dal piano documentaristico a quello del dialogo, coinvolgendo idealmente ora il lettore ora altri studiosi, incontrandosi o scontrandosi con questi, riflettendo con sé stesso e con la propria esperienza fin quasi a sfiorare il piano autobiografico; attraverso un lungo viaggio che attraversa il tempo e lo spazio, alcuni itinerari si compiono, arrivando a un ‘significato’, altri rimangono aperti alla ricerca di un ‘senso’ o si confondono fino allo smarrirlo. Di questo gioco intricato e affascinante l’autore tiene sempre le fila e anzi ne ritrova costantemente la dimensione unitaria attraverso la forma della narrazione: come evidenziato nelle pagine di presentazione scritte dal noto archeologo Filippo Coarelli, già insegnante all’Università degli Studi Perugia, la narrazione, sia testuale che fotografica (il corredo iconografico è di mano dello stesso Celani), è propriamente assurta a dimensione metodologica, euristica.

Anomalo Si è anche parlato di un libro di archeologia «anomalo»: se si possono trovare interessanti paralleli per le discipline ‘sorelle’ (quali la storia dell’arte medievale e moderna), resta difficile individuarne altrettanti nell’ambito della recente produzione italiana di settore: come se l’archeologia, puntando tutto sullo straordinario sviluppo dei mezzi di indagine e delle tecnologie, in un passato neanche molto recente abbia abdicato al suo più alto carattere di disciplina artistica (anche detta ‘archeologia winckelmanniana’). Sembrano infatti non essere passati 45 anni da quel maggio del 1970 in cui Ranuccio Bianchi Bandinelli, nella «avvertenza» alla sua celebre «Introduzione all’archeologia» scriveva che «gli storici dell’arte dell’antichità rappresentano oggi, senza dubbio, una fauna in via di estinzione, nonostante che quasi tutti gli archeologi classici si occupino di materiali che hanno forma artistica: ma studiare un oggetto artistico per ricavarne un dato cronologico o storico non è far storia dell’arte. Non posso fare a meno di considerare tale circostanza come lamentevole, perché in realtà il raggiungimento di una comprensione critica ed effettivamente storica dell’arte dell’area ellenica e di quella di età romana erasi appena iniziato e il vero problema resta ancora tutto da affrontare e da svolgere».

Buona letteratura Celani sembra volersi rimettere proprio sulla linea ideale di quella razza in via di estinzione: appoggiandosi su erudizione, fonti, documentazione archeologica, mette in campo gli strumenti propri dello storico, che come da miglior tradizione è anche critico; da qui, con sensibilità non comune, abbatte le barriere disciplinari e compie un ulteriore balzo verso ‘il letterario’, giacché la buona critica è anche sempre buona letteratura: in questo caso buona narrazione. Solo attraverso questo procedimento si può restituire uno sguardo sul passato (ancora Bandinelli) che è «un modo per appropriarsi il passato attraverso quella sua diretta immediata e genuina espressione che è l’arte. E ciò ha valore, se manteniamo la nostra definizione della cultura quale comprensione dell’oggi fondata sulla comprensione critica del passato».

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