Pesca col giacchio

di Giampietro Chiodini

Al Trasimeno si torna a pescare con una tecnica vecchia di almeno duemila anni. Come se da domani rinunciassimo alle comode automobili per riprendere la biga tirata dai cavalli. Ma attenzione: non si tratta di un gioco, o di una rievocazione storica dimostrativa. Tutt’altro. E’ la singolare ed imprevedibile riscoperta, da parte dei pescatori professionisti più giovani, della funzionalità ed infallibilità di uno strumento antico, il giacchio, una rete da lancio che usavano anche i gladiatori romani per immobilizzare l’avversario. Un attrezzo che solo mani esperte sanno aprire in aria a mo’ di ombrello e farlo ricadere sopra branchi di pesci, per imprigionarli senza via di scampo. Pronti ad essere issati sulla barca, anche in grandi quantità.

La notizia di un prepotente ritorno all’uso del giacchio sulle rive del Trasimeno non è del tutto nuova. Sono almeno cinque anni che lo strumento molto artigianale è tornato in funzione, anche grazie a reti di nylon a buon mercato e al recupero di manualità mai dimenticate, sia per allestire la rete-trappola che per lanciarla nel modo più efficace.
Da alcuni giorni, poi, c’è anche un libro fresco di stampa, tutto dedicato al giacchio, La rete volante. La pesca con il giacchio-rezzaglio ieri e oggi, edizione Morlacchi, Perugia 2018.  Lo ha scritto, non solo per gli amici pescatori del Trasimeno, un professore di storia in pensione, Alvaro Masseini, pescasportivo, campione della lenza innescata a mosca e giornalista specializzato nel settore. Dell’antico strumento, noto in tutto il mondo se pur in forme e dimensioni diverse, l’autore spiega origini, varianti e tecniche di lancio.

Si scopre così che il giacchio, usato indifferentemente al mare come nelle acque interne, risulta tutt’oggi in uso in Brasile, a Cuba, in Messico, e in Usa dai giovani indiani Navajo. Anche in Italia ne esistono varianti diverse, compresa quella particolarissima e molto circoscritta, usata alla foce del fiume Magra. Lì, si chiama rezzaglio ed è più grande, fino a quattro volte, di quello del Trasimeno. Per lanciarlo occorre una tecnica totalmente diversa, molto simile al lancio del martello. Il pescatore ruota su se stesso con tre passi a spirale, simili ad una danza. Con una differenza non di poco conto. La base d’appoggio non è la comoda pedana delle gare olimpiche; ma una stretta tavola di legno instabile messa di traverso sulla prua e la barca è tenuta ferma solo dai remi affondati nell’acqua. Lì sul Magra sono rimasti in pochissimi, e della loro danza a spirale per il lancio del rezzaglio hanno in mente di farne una disciplina olimpica.

Al Trasimeno i praticanti veri e potenziali sono molti di più. E l’idea di una scuola per il lancio del giacchio potrebbe rivelarsi una di quelle trovate – oggi si chiamano start up – davvero vincenti. Non tanto per pescare, ma per esibire un’arte antica, quasi ancestrale. Gli sciovinisti giapponesi, come moderni samurai, da tempo si cimentano con il vecchio giacchio esclusivamente sui prati, in competizioni di abilità associate alla loro cultura zen.

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