di M.Alessia Manti
E’ una questione di qualità, c’è poco da fare: per essere eleganti non serve una cravatta. L’eleganza non la indossi. O ce l’hai non non ce l’hai.
I Non voglio che Clara non sono certo degli animali da palcoscenico. E nemmeno starebbero bene con gli abiti da palcoscenico, detto francamante. Ma il loro lavoro lo sanno fare, eccome. Con quell’eleganza innata di cui sopra. Mica niente. Non è una questione di quantità, dunque: certi concerti li apprezzano e se li meritano in pochi. Ce ne faremo una ragione, noi pochi per i molti.
Antipasto gradevole Salgono sul palco del teatro Pavone dopo i Petramante, gruppo di Orvieto. Voce femminile avvolgente e vagamente vicina alla Carmen Consoli di Confusa e Felice. Propongono in poco più di trenta minuti i pezzi del loro disco d’esordio dal titolo fiabesco-culinario E’ per mangiarti meglio. Anche se è solo il primo, l’ascolto è molto gradevole, cattura e incuriosisce. Ti lascia la voglia di approfondire. I Petramante creano un’atmosfera intima che introduce bene i colleghi di Belluno.
Clara amata e perduta Non volevano che Clara, una ragazza d’altri tempi che seguiresti ovunque, che ti afferra il cuore. Ma lo fa con delicatezza e gentilezza. L’hanno amata all’Hotel Tivoli. Hanno raccontato le sfaccettature di quest’amore in prima persona, come in un diario di vita, tra biografia e immaginazione. L’hanno fatto così bene che quei racconti – di quell’amore – diventano fondamentali per capire l’innamoramento di un’intera generazione. Il diario ad oggi ci parla di un amore finito, in una stagione inevitabilmente di passaggio, dove la malinconia si mischia con la rabbia e il disincanto. E la speranza, quando c’è, è livida.
Piano di ritorno da un viaggio Il pianoforte di Fabio De Min regala attimi di grande lirismo. I brani che occupano la prima parte dello spettacolo sono quasi tutti tratti del loro ultimo disco, Dei Cani. Il pezzo d’apertura, Il tuo carattere e il mio, ci dice già molto di come stiano le cose. Sempre di quell’amore si parla: «fra il tuo carattere e il mio le vedo anch’io le differenze». Sempre ma non solo. I testi – vero marchio di fabbrica – hanno un’incredibile potenza evocativa, come si trattasse di un film girato e scritto brillantemente, si ha la sensazione di essere di ritorno da un viaggio.
Quell’Italia sullo sfondo E’ vero, non ci sono inni generazionali ma solo stralci di intimità in cui cercarsi e riconoscersi. Le lotte di piazza, gli scontri sindacali sono sullo sfondo. Ci riportano in un’Italia che sembra non ci sia più perchè in bianco e nero. In realtà è un’Italia che non è mai cambiata. Noi non siamo mai cambiati. Siamo solo «più poveri, più tristi e anche meno intelligenti», tanto per voler citare il buon Pierpaolo Capovilla, uno che le canzoni di denuncia le fa e le vuole fare.
Ritmi alternati Il live si alterna tra ritmi lenti e più serrati come con Le Guerre , Tu la ragazza l’ami? in cui si riesce ad apprezzare le qualità dei singoli elementi del gruppo, anche nella parte centrale noise. Poi, ancora, la malinconia di Sottile e La stagione buona. Con L’estate e L’inconsolabile si riesce a capire cosa c’è di diverso rispetto ai Baustelle, a cui spesso li si accosta: mai troppo citazionisti si avvicinano piuttosto alla progettualità intellettuale degli Amor Fou.
Morsi di rancore Brani che sono morsi di rancore – Il dramma della gelosia – e che nella seconda parte lasciano spazio a vecchie perle come Porno e in chiusura uno dei loro pezzi più famosi, Cary Grant.
La stagione pare buona, avevamo detto. Via via che si entra nel vivo della rassegna Gli Incantevoli lo confermiamo.

