di Maurizio Troccoli
Se vi si raccontasse che sul palco ci sono andati attori che hanno letteralmente letto l’intera parte da copione ci credereste? Basti questo a restituire la cifra dello spettacolo. Il resto sono solo dettagli.
Aspettativa disattesa Tutto parte con una lunga premessa: siamo al teatro e qui si può anche inventare, ma alla fine può accadere di dire la verità. Il pubblico è rimasto l’intera serata ad attendere il guizzo, l’immaginazione appunto, l’invenzione, come chi è inattesa che qualcosa accada. Ma nulla di nulla. Se non che, col passare delle scene e dei minuti, si conferma solo la consapevolezza di un flop. Ecco i primi segnali: un trucco, presto svelato, di basso teatro: «I giornalisti fanno le domande quelle scritte», preannunciando che l’attore che interpretava i panni del giornalista, avrebbe letto le domande da fare a Marina Berlusconi. Tranne accorgersi poi che questa trovata sarebbe valsa a mascherare il fatto che l’intera parte l’avrebbe recitata con lo sguardo sul foglio, anche quando canta.
Mancato rispetto al pubblico Insomma vengono alla mente quelle piccole compagnie teatrali di paese. Che un palco di questo tipo non ce l’hanno. Come non hanno gli strumenti per alimentare queste aspettative. Non hanno un pubblico fatto di parlamentari, politici di alto rango, rappresentanti istituzionali, uomini di spettacolo come Pippo Baudo ed altri, giornalisti, esponenti del mondo della cultura, borghesia romana e pubblico informato. Eppure stanno li giorni, mesi ad imparare la parte, per recitarla bene. Per onorare l’appuntamento con il loro piccolo, umile pubblico di periferia, fatto di bambini e anziani, seduti su una sedia di plastica bianca. Ma pur sempre un pubblico. Assistere a questa sciatteria, alla mancanza di rispetto con il palcoscenico, con la storia del teatro e della sceneggiatura e soprattutto con il pubblico, appare come uno schiaffo dato in faccia alla cultura.
Il pacco di Spada Un pacco rifilato al pubblico da parte del direttore del Festival, Silvano Spada, che non poteva non sapere e che ha permesso che lo spettacolo si facesse, con quelle premesse. Con quelle caratteristiche. Assumendosene tutte le responsabilità. Perché alla fine gli attori escono dalla scena ma la sua faccia rimane lì. Su quel palco. Avvicinato da chi scrive non ha potuto negare l’evidente: «C’e stato un attore – ha detto – che ha problemi di memoria e probabilmente non ha dialogato con il regista». Ma prima ancora, conversando con il sindaco di Todi (inconsapevole di avere un giornalista alle sue spalle) che gli ha detto come fosse stato evidente che «molte cose non hanno funzionato», ha confermato con un: «E’ vero».
Recitazione scadente Andiamo per ordine. E partiamo dai più giovani, due attori nei panni di due dei 4 giornalisti che intervistano la figlia di Berlusconi, Giacomo Troianello e Stella Piccioni. Lui carico, sovraccarico sulla scena. Con i toni sempre e solo urlati. E con una recitazione forzata. Conosceva la parte, ma il personaggio è risultato artefatto. Lei pressapoco allo stesso livello. Ha studiato. Ma in scena ha costruito una figura artificiale. Fermi alla recitazione senza avere digerito il personaggio. Una dura critica farà bene anche a loro per comprendere meglio quanto importante debba essere il rapporto con il pubblico. No comment, sarebbe il caso di dire, per gli altri due attori, Rosalina Neri e Piero Baldini, gli altri due giornalisti. Completamente fuori dalla scena e dal personaggio. Assolutamente approssimativi. Nessun presupposto per stare su quel palcoscenico. Hanno finito per leggere il copione ed anche male. Peggio che assistere a una sessione di prove, dove tutto, almeno lì, è più vero. Insopportabile la presunzione di fregare chi guarda, quando colgono un momento dell’attenzione riposta su un altro attore in scena, per girare la pagina del copione e farsi una ripassatina.
Testo banale La scenografia in linea con il testo. Scontata e banale. Ovvia tutta la storia firmata da Emilia Costantini. L’autore non ha avuto la capacità di trovare un guizzo a cui arpionare l’intera sceneggiatura, restituendo una identità all’opera e anche una dignità per andare in scena. Nessuna «metafora sul potere dinastico». Un collage di cose lette, viste e risapute. Laura Lattuada, nei panni di Marina Berlusconi, per onestà, in diversi, all’uscita dal teatro l’hanno salvata, nel giudizio, da tutto il resto. Chi scrive l’ha trovata semplicemente strabordante di recitazione, ripetitiva, monotona e monotono. Quegli sbalzi repentini dalla sedia, come fosse colpita da una scossa elettrica, sempre uguali. La camminata tra lo sbilenco e l’elegante costruita e mal riuscita, la voce e il tono costantemente fuori controllo. Lontana dal teatro, quanto dalla realtà.
Scenografia, un vuoto di idee E poi la scenografia. Le foto sullo sfondo, un rattoppo inopportuno, valido a colmare un vuoto di idee e di estetica della sceneggiatura. Gli intermezzi musicali, con il personaggio fuori campo (tra il pubblico), un evidente tentativo di spezzare il dialogo, mal riuscito. Dissonante con tutto il resto per non dire stonato.
Pubblico sbigottito Fuori dal teatro volti di marmo. Perplessità e incredulità per tale caduta di livello del festival. Dentro brevissimi e risicati applausi di un buonismo forse di cattivo gusto, da parte di una frazione, probabilmente poco onesta o pretestuosamente galante del pubblico. Poi fischi, buh e borbottii. Perché le opere possono piacere oppure no. Ma qui non c’è né arte né parte.
