di M.Alessia Manti
Meglio premetterlo: chi scrive non riesce ad essere imparziale quando si tratta degli Afterhours. La band di Manuel Agnelli occupa il primo posto della cosiddetta classifica del cuore, quella che intercetta i ricordi adolescenziali e ti riporta a quando, come una cellula sovversiva in un paesello dell’estrema punta della Calabria, ordinavi all’edicolante sotto casa l’unica copia della rivista musicale alternativa – Il Mucchio Selvaggio -che avresti sfogliato per documentarti su cosa c’era al di là dei confini mainstream. Correva l’anno ’96 e la scena indie italiana era rappresentata da signori come Marlene Kuntz, Almamegretta, Ustmamò, La Crus, Afterhours appunto e altri ancora. Erano gli anni in cui alla radio passavano «Più bella cosa» di Ramazzotti, tanto per fare un raffronto. E si sa, gli adolescenti più inquieti cercano appigli di ribellione nella musica, così al «grazie di esistere» neomelodico veniva quasi scontato sovrapporre «il fallimento è un grembo ed io ti attendo». Premessa fatta, la domanda è: come può un concerto degli Afterhours non entusiasmare?
Vent’anni di carriera e non sentirli Le previsioni meteo non davano nulla di buono. Eppure l’unica pioggia che è arrivata addosso al pubblico di Rockin’Umbria è stata quella adrenalinica. Due ore di poesia e distorsioni astrali – tanto per citare un commento a caldo post concerto – sulla loro pagina facebook che solo i grandi gruppi sanno regalare. Manuel Agnelli e compagni in un concerto tiratissimo dimostrano ancora una volta che invecchiare così bene è roba per pochi. Riescono a distorcerti le orecchie, colpirti allo stomaco e cullarti allo stesso tempo, proprio come succede in una storia d’amore. Qualche cambio di formazione, un paio di dischi in più, con esiti altalenanti, lo stesso pubblico di dieci anni fa, ma con dieci anni in più. E’ tornato lo storico chitarrista Xabier Iriondo e si sente, un piacere per orecchie e anche per gli occhi, scatenato e coinvolgente come gli altri del gruppo.
Scaletta ben dosata Un live che ha ripercorso vent’anni di carriera ma che ha anche reso onore all’ultimo e molto interessante lavoro, Padania. Due i bis. La maggior parte delle canzoni in scaletta viene da lì: quella d’inizio «Metamorfosi», poi «Terra di Nessuno» e «Spreca Una Vita» tra le migliori. Una scaletta comunque ben dosata dove spiccano brani divenuti ormai classici, come «Male di miele», «Quello che non c’è», passando per «Bye bye Bombay» e «Pelle» – eseguita solo da Agnelli al piano -, solo per citarne alcuni. La voce di Manuel raggiunge vette di cui si sentiva la mancanza da tempo. Con graffiante potenza e precisione. Hanno dato una bella scrollata all’arena reduce da Umbria Jazz 2012. Si divertono e funziona tutto, band, atmosfera, location, in barba agli snob dell’ultima ora. Soprattutto ai nuovi nomi della scena indie attuale che, diciamocelo, non ci sarebbero mai stati senza gli After.
E’ bene rilanciare la domanda: come può non entusiasmare un gruppo che va al sodo e che pensa essenzialmente a suonare? Ecco.

