La copertina del libro

Gianni Agnelli un giorno arriva in elicottero a Città di Castello per visitare palazzo Albizzini e incontrare Alberto Burri, che rimane «esterrefatto» dalle «domande puerili» fatte dall’Avvocato. «Maestro produce, produce?». Il suo commento con me: «Non faccio mica le macchine!». E poi, di nuovo Agnelli: «La sua annata migliore è il 1952?». E Alberto a me: «Non faccio mica il vino!». Alla fine conclude: «Non ho capito se è ignorante o se sfotte». L’episodio è ricordato dal dottor Matteo Fortunati, detto Tito, nel diario finora segreto che racconta un sodalizio durato un’intera vita. Il libro si chiama «Alberto Burri. L’amicizia» ed è edito da Maschietto Editore (pagine 224, 16 euro) con prefazione di Bruno Corà, presidente della Fondazione Burri, e commento di Guelfo Guelfi, componente del cda della Rai. Il volume verrà presentato giovedì a Firenze alle 18, a palazzo Strozzi, nell’ambito di una delle iniziative a corredo della mostra «Da Kandinsky a Pollock», di cui Burri è uno dei protagonisti.

Il libro «Tito» Fortuni (nato nel 1920 e morto nel 1999), anche lui di Città di Castello, di Burri oltre che medico personale è stato amico fraterno, confidente, consigliere e nel corso della sua vita ha collezionato anche alcune opere del Maestro. Dopo la morte di Burri Fortuni è stato anche tra coloro che hanno dato vita alla Fondazione. Nel diario si raccontano i momenti privati di due persone che hanno seguito un percorso simile: entrambi sono medici, appassionati di calcio e tifosissimi del Perugia e la loro amicizia è durata nel tempo. Nelle pagine dunque non mancano gli aneddoti sul calcio, i passaggi importanti della carriera del Maestro, come la realizzazione del Grande cretto di Gibellina, l’incontro con Joseph Beuys, la mostra a New York, le aste, l’acquisto dei seccatoi del tabacco e tanti altri.

Sordi e Burri Un Burri che dà giudizi taglienti, sugli artisti ma non solo. Esemplificativo a tal proposito un incontro con Alberto Sordi, datato 9 novembre 1977, che Fortuni ricorda nel libro: «Maestro – gli disse l’attore – non è che mi regala un suo quadretto, magari anche uno di quelli che non le piacciono e che butta via?». E il Maestro neppure rispose, ma così commentò: «Ma che razza di gente esiste al mondo? Se gli interessasse avere una mia opera non gli mancherebbero certo i soldi per comprarla! Questa è la tipica mentalità dello scroccone romano».

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