di Daniele Bovi
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«Un contributo per rilanciare l’immagine positiva di Perugia e per sostenerne la candidatura a capitale della cultura». Così il rettore del Nobile collegio del cambio di Perugia, Vincenzo Ansidei ha presentato lunedì mattina la mostra che, ospitata nelle sale del Collegio, «metterà in dialogo» con gli splendidi affreschi del Perugino l’autoritratto di Raffaello, quello del Sassoferrato e il ritratto del Perugino, il cui autore fu probabilmente uno tra l’Urbinate o Lorenzo di Credi. L’esposizione («Raffaello e Perugino, modelli nobili per Sassoferrato a Perugia), che sarà aperta dal 22 maggio al 20 ottobre (il costo del biglietto rimane quello per visitare il Collegio), è realizzata in collaborazione con la Galleria degli Uffizi (dalla quale provengono il ritratto e i due autoritratti) ed è curata dal professor Francesco Federico Mancini, presente alla conferenza stampa insieme a Mimmo Coletti e al direttore della Galleria degli Uffizi Antonio Natali.
La mostra La mostra rappresenta anche la prima importante estensione fuori Toscana del progetto «La città degli Uffizi», grazie al quale anche le opere della «riserva», cioè del deposito, vengono portate in luoghi «verso i quali – sottolinea Natali – c’è un legame forte e non pretestuoso. In alcuni casi è una forma di riconoscenza verso quelle terre dalle quali le opere provengono». Oltre agli autoritratti e al ritratto al Collegio verranno esposte opere che i perugini conoscono bene (o meglio, dovrebbero), ossia quelle provenienti dalla basilica perugina di San Pietro dove Sassoferrato, che studiò da vicino Perugino e Raffaello, lavorò intorno al 1630-40. «Sono anni nel corso dei quali – spiega Mancini – lavora molto a Perugia, per i monaci benedettini di San Pietro dove abate è Leone Pavoni».
FOTOGALLERY: LA PRESENTAZIONE DELLA MOSTRA AL NOBILE COLLEGIO
Da San Pietro Una committenza precisa, quella fatta dall’abate, che guarda al pittore marchigiano come a un’artista «in grado – aggiunge sempre Mancini, curatore delle mostre umbre su Perugino, Pinturicchio e Signorelli – di riproporre i tratti devozionali di Perugino e Raffaello in termini non solo imitativi ma riuscendo bensì a interpretarli». Sette le opere del Sassoferrato che saranno collocate nell’attigua cappella di San Giovanni. Tra queste la copia della Deposizione Baglioni, la celebre pala d’altare commissionata da Atalanta Baglioni forse per ricordare il figlio Grifonetto, ucciso nel 1500 dopo una lotta interna alla famiglia per il dominio di Perugia. Tela dalla quale è emersa, grazie al recente restauro, la data di realizzazione (1639).
FOTOGALLERY: ALCUNE DELLE OPERE IN MOSTRA
L’esposizione I tre autoritratti verranno esposti invece nella Sala dell’udienza, ai cui affreschi probabilmente, secondo i recenti studi citati da Mancini, proprio il giovane Raffaello lavorò. «Qui – dice Mancini – non si faceva solo il cambio della moneta ma si amministrava la giustizia. Realizzati tra il 1498 e il 1500, non si può escludere che a questi affreschi lavorò anche il giovane Urbinate, specialmente nella lunetta con le sibille e i profeti». Da qui il collegamento con il celebre autoritratto di Raffaello che arriva dagli Uffizi. Per quanto riguarda Perugino invece sono quattro i ritratti conosciuti e tre sono autoritratti: uno è quello nell’Adorazione dei magi della Galleria nazionale dell’Umbria, il secondo è nella Cappella Sistina, il terzo è quello che sarà in mostra e il quarto è proprio quello degli affreschi del Cambio, realizzato proprio dal maestro «che si colloca – dice Mancini – tra gli exempla virtutis dell’antichità».
Memoria L’appuntamento di Perugia, che segna anche la collaborazione tra il Nobile collegio e gli Uffizi, è anche un’operazione volta «a recuperare – osserva Natali – una memoria che si sta perdendo e, con essa, pure l’etica». Agganciandosi a quanto detto poco prima da Ansidei, Natali sostiene che questa mostra arriva dopo un periodo nel quale la città, nella quale ha insegnato, «è stata offuscata nei suoi contorni morali da fatti di varia natura». Dell’opera di Raffaello e di Perugino nel capoluogo umbro molto è noto; meno, decisamente meno per quanto riguarda Giovanni Battista Salvi detto il Sassoferrato. Nato nel 1609 nella città di cui porta il nome, giovanissimo studia a Roma (dove morì nel 1685) Raffaello e Carracci ed è allievo del Domenichino. Pittore non completamente estraneo al gusto barocco dominante nella sua epoca, come testimonia specialmente la sua attività di ritrattista (e lo stesso autoritratto in mostra), nella sua opera si sente anche l’influsso della pittura lagunare (lavorò anche a Venezia) ma soprattutto della precedente pittura umbro-marchigiana. Soprattutto per quanto riguarda i soggetti sacri, Sassoferrato sviluppò uno stile che per semplicità e chiarezza potrebbe ricordare il Quattrocento dei grandi maestri sopra menzionati.
Le opere perugine Ottimo copista (vedi il caso di Raffaello ma anche quello del Perugino), Sassoferrato realizza numerose Madonne, spesso con Bambino e oranti. Una, ad esempio, è esposta alla Galleria nazionale dell’Umbria di Perugia mentre è la basilica di San Pietro, come accennato, lo «scrigno» che custodisce alcune delle opere del pittore: la Giuditta con la testa di Oleferne, una Santa Caterina, un’Annunciazione, un San Mauro in coppia con San Placido e la Madonna del giglio. Una Madonna orante, invece, è presente anche al protomonastero di Santa Chiara ad Assisi. Insomma, oltre all’autoritratto la mostra perugina potrebbe essere un’occasione per riscoprire una parte del patrimonio cittadino salita ben poco agli onori della cronaca nel corso degli anni.
