
di Lucia Caruso
Due grandi orologi scandiscono all’unisono il tempo dell’attesa, mentre l’atmosfera si scalda nel Palaevangelisti gremito di gente. Quando manca un minuto alle 21, le lancette sembrano rallentare, intrappolate in interminabili secondi. La folla inizia il conto alla rovescia, incitando con lunghi applausi l’inizio del concerto. E così allo scoccare delle 21 comincia lo spettacolo: perché quello del rocker di Correggio è stato ben più che un concerto.
Il re del rock italiano Appare sul palco tra le urla di una folla impazzita con il suo gilet nero ed i mitici stivali texani, mentre, tra le mani, una fantastica Mike Campbell Duesenberg blu: è il re del rock italiano, Luciano Ligabue. L’ouverture del concerto è affidata ai primi tre brani del suo ultimo disco «Arrivederci, mostro!». E poi, subito, un tuffo nel passato con «Ballando sul mondo», «Bambolina Barracuda», «A che ora è la fine del mondo» e «Vivo o morto X».
Il giorno di dolore «Per tutti quelli che non ne sono ancora venuti fuori, ma stanno tenendo botta. Per tutti quello che si sono fidati di una canzone. Per tutti quelli che sanno che la forza, ce l’avevano dentro. Per tutti quelli che si sono lasciati andare agli effetti di una canzone. Per tutti quelli che la forza, ce l’hanno dentro! Per tutti quelli che si sono aggrappati ad una canzone»: è con queste parole che dedica al suo pubblico «Il giorno di dolore che uno ha».
Mescolata tra i fan anche Catiuscia Marini Mentre i ricordi si addensano arriva il brivido con i suoi classici di sempre: «Piccola Stella senza cielo» e «Certe notti». Trattenere le lacrime diventa faticoso. Quindi, «Urlando contro il cielo» il Palaevangelisti prima trema, poi esplode. Ad urlare, applaudire e danzare sulle note di Big Luciano tante generazioni: dai tredicenni ai trentenni, dai figli ai genitori. E’ evidente la grande empatia che Ligabue riesce a creare con i suoi fan. Tra gli spalti ad applaudire il re del rock italiano anche la presidente della Regione Umbria, Catiuscia Marini.
Il rocker e il suo pubblico L’atmosfera è scintillante, Ligabue è avvolgente. Trasmette una carica energica insospettabile. Audace e a tratti malinconico, incisivo e delicato al tempo stesso, Ligabue è un narratore e le sue canzoni sono racconti e resoconti di una vita che si fanno poesia, che arrivano dritti al cuore provocando un sussulto emotivo coinvolgente. Travolge il suo pubblico e a sua volta da questo si lascia travolgere, dando vita ad una comunicazione discreta ma percepibile tra lui e i suoi fan, tra lo spazio scenico del palco e la platea circostante, tra il presente e il tempo del racconto, innescando una sinergia affascinante.
Luciano come BonoVox E d’un tratto una ragazza viene fatta salire sul palco dallo staff. Tutti si chiedono cosa stia facendo. Luciano l’abbraccia e tenendola per mano la fa accomodare su una poltrona. E’ un posto d’onore per permetterle di godersi, il tempo di una canzone, la magia dello show da vicino. Lei si commuove mentre lui canta. Chiunque avrebbe voluto essere lì in quel momento. E’ un regalo fatto a una fan ma dedicato a tutti i presenti.
Band e palcoscenico La sua band è entuasiamante quanto lui. Il grande Federico Poggipollini alla chitarra, all’altra Nicolò Bassini, Micheal Urbano alla batteria, Luciano Luisi, alle tastiere e Kaveh Rastegar al basso sono assolutamente a loro agio sul palcoscenico e regalano al pubblico e allo stesso Liga la carica giusta creando un sound che attraversa gli spalti, intenso e trascinante come un’onda impazzita. A rendere spettacolare il concerto una scenografia mozzafiato. Pennellate di vivaci colori riempiono il led wall e rimbalzano sugli spalti. Immagini che s’intrecciano alle note, in un vorticoso alternarsi di presente e passato sembrano voler delineare la nostalgia di un’Italia, quella dei padri, di chi questa Italia l’ha resa grande. Scorrono video, foto e parole di Pierpaolo Pasolini, Fabrizio De Andrè, Enrico Berlinguer, Alda Merini e tanti altri personaggi che hanno fatto la storia, e d’un tratto ci catapultano in un’emozione inaspettata, di cui Ligabue si fa interprete, brillante, capace di far rivivere le gioie e di espiare i dolori e soprattutto capace di incarnare la speranza. Perché «il meglio deve ancora venire».

Vi prego, ligabue il re del rock italiano no!!! E’ un insulto verso i tanti che ogni giorno il rock lo fanno sul serio, verso quelli che amano la musica e non solo i soldi che ci si possono fare e verso quelli che non gli basta “sole, cuore, amore” per comprare un disco.
Ligabue va bene per qualche balera bolognese o al massimo per Faliero…Un po’ di rispetto i Riff degli Zeppelin’ o per la voce rauca di Tom Waits…
Janis Joplin si stà rivoltando nella tomba…
La giornalista ha infatti detto “italiano”!
Hai citato nomi americani e inglesi ma neanche un italiano, proprio perchè non c’è molta alternativa nel nostro paese….