di Lucia Caruso
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Dal piccolo schermo: siamo nel 1977 quando oltre 400 milioni di telespettatori sono dinanzi alla scatola magica ad assistere al processo che Nixon che non ha mai avuto, al grande schermo: siamo nel 2008 e Ron Howard, riprendendo il testo dello sceneggiatore inglese Peter Morgan, ripropone lo scoop giornalistico in versione cinematografica sfiorando i 30 milioni di dollari d’incasso all’uscita. Fino ad arrivare ad oggi, in cui è per mezzo del teatro che Ferdinando Bruni e Elio De Capitani restituiscono questa pagina di storia attraverso due intense ore di una costruzione drammaturgica contemporanea assai avvincente. Con ritmo incalzante, senza cali di tensione, come una cavalcata affannosa verso il traguardo, in un climax ascendente di emozioni inattese, va in scena lo storico confronto mediatico, che assume i connotati di un incontro di boxe, sul cui ring si sfidano, a colpi di botta e risposta, tra humor e ambiguità, il giornalista britannico David Frost e l’ex presidente degli Usa Richard Nixon.
Al Teatro Morlacchi va in scena Frost/Nixon: il primo caso di giornalismo spettacolo
I due protagonisti, anche se su piani diversi, si battono per lo stesso fine: il riscatto professionale. Il giovane britannico Frost, reduce dai successi come showman in Inghilterra e in Australia, è alla ricerca della scoop sensazionale per andare alla ribalta anche negli Stati Uniti. Quale idea migliore se non quella di intervistare Nixon 3 anni dopo le sue dimissioni, per estorcergli le verità già sotto gli occhi di tutti, ma mai confessate, sullo scandalo del Watergate? E per centrare il suo obiettivo Frost investirà tutti i suoi averi. Insieme ad una squadra di colleghi costruirà passo passo la serie di domande per incastrare l’ex presidente. Dall’altra parte c’è Nixon, che vuole sfruttare l’occasione per parlare dopo i lunghi anni di silenzio alla sua nazione, e da brillante affabulatore prova a dimostrare la sua innocenza, sostenuto dal suo fedele Laxan. Sullo sfondo un contratto da capogiro. Chi viene meno agli accordi sarà costretto a pagare cifre che nè l’uno nè l’altro sono in grado di garantire.
Lo scontro tra media e potere risulta avvincente. La tv prima descritta come quella scatola vuota capace di veicolare solo messaggi sterili, come quelli delle trasmissioni di Frost, e di essere megafono di messaggi politici, (vedi discorso delle dimissioni di Nixon con cui si apre lo spettacolo), in una presa di coraggio e responsabilità,(e anche di opportunismo in questo caso) diventa strumento di riscatto e di verità.
La rappresentazione non si limita al momento intervista, ma include tutto ciò che avviene prima, svelando retroscena, obiettivi, propositi e strategie. Il linguaggio è asciutto, la cadenza è turbinosa. La scenografia minimale è funzionale all’azione. L’atmosfera è vintage. La cornice è quella di uno studio televisivo anni ’70 in cui tanti piccoli monitor proiettano immagini in concomitanza e si fanno emblema dell’ossessione dei codici televisivi. Basta la versatilità di sei sedie da ufficio in pelle con le rotelle a raccontare i viaggi in aereo, in macchina e in elicottero. Il fantastico gioco di luci, curato nei minimi dettagli e firmato da Nando Frigerio, scandisce il ritmo della narrazione. Il trucco dei due protagonisti enfatizza i loro caratteri, il loro stile e il loro modus viventi. I fermo immagine e le voci narranti fuori campo evocano lo stile show tv. Otto gli attori sul palcoscenico che con grande disinvoltura riassumono in due ore quello che accadde in 2 anni.
Undici round in cui gli sfidanti sferrano colpi a acuti e mirati per disintegrarsi vicendevolmente: Frost prosegue con domande incalzanti e Nixon risponde con litanie autoreferenziali. Tra un match e l’altro gli allenatori agli angoli del ring asciugano il sudore dei loro combattenti e li spingono a sferrare colpi sempre più bassi incitandoli alla vittoria.
E’ l’ aprile 1977. Ci sono oltre 400 milioni gli spettatori davanti al piccolo schermo. Intanto la gara è giunta al termine. Siamo al 12esimo e ultimo round, quando l’ex presidente americano, è messo all’angolo da una domanda che gli arriva come un pugno in pieno volto. Si accorge che è messo ko dal suo avversario. Consapevole che a quel punto è meglio salvare la reputazione sua e dell’intera America, opta per un mea culpa, a tratti commovente: “E’ vero, ho commesso errori. Errori imperdonabili. Ci sono stati dei momenti in cui non sono stato all’altezza delle mie responsabilità. Ho deluso il Paese. Ho tradito il popolo americano. E ora dovrò portare questo peso tutto il resto della mia vita”.
Democrazie a confronto Ne emerge lo spaccato di una democrazia matura raccontata in stretta attualità con le vicende dell’occidente. Un oggi e un ieri a confronto dove se da una parte c’è chi abdica a se stesso in nome della nazione dall’altro c’è chi mette sotto i piedi la nazione provando a salvare se stesso. Nixon ha provato prima a redimere la sua immagine attraverso la menzogna ma poi ha ceduto riabilitandosi nella dura verità della confessione. E questo perchè la democrazia matura degli Stati Uniti d’America è severa e per nulla indulgente verso chi abusa del proprio potere. Di contro una si apre una riflessione sulle democrazie meno mature che, nell’ottica delle tifoserie, sono più inclini alla spudorata tutela dell’immagine ancorchè mediante la menzogna che non alla salvaguardia dei valori della nazione.
Grande teatro Portato in scena attraverso la magistrale prova artistica dei due registi e interpreti De Capitani e Bruni, e grazie alla collaborazione del Teatro dell’Elfo e del Teatro Stabile dell’Umbria, “Frost/Nixon” è un pezzo di grande teatro, un esercizio antropologico, linguistico e scenografico di straordinario valore morale ancorchè artistico, abile e raffinato nell’elaborazione e nell’esposizione. Meritata la standing ovation del pubblico del Teatro Morlacchi.
