di Marta Rosati
Una poltrona gigantesca al centro della scena, una tappezzeria dai toni freddi del blu e soprattutto del verde, gli stessi che indossa Lucrezia Lante della Rovere, tanto che finisce spesso per mimetizzarsi, nell’interpretare la stravagante, elegante e sregolata Misia Sert.
‘Io sono Misia’ Una scenografia essenziale, se vogliamo fiabesca, ricorda un po’ Alice in Wonderland pur evocando comunque un senso di maestosità rotta dagli straordinari capelli rossi dell’attrice, in accordo con i particolarissimi stivaletti rossi ai suoi piedi. Un monologo di un’ora, con picchi di volume nella voce dell’artista che tengono gli occhi del pubblico incollati al palcoscenico e poi la luce che si fa poesia e guida dell’intero spettacolo nel mondo de ‘l’ape regina dei geni’.
Spoleto Sul palco del Chiostro San Nicolò l’eccentrica, quanto sofisticata e avvolta da mistero, figura di Misia Sert. Un personaggio complesso dell’Europa di passaggio tra ‘800 e ‘900, mai del tutto compresa, ma senza dubbio ricca di fascino e non solo. Forse però, un classico esempio di denaro che non fa rima con felicità, una generosità, la sua, mai ripagata. Emerge una Sert dipendente dai personaggi di spessore che le ruotarono attorno nella vita.
Misia Sert Toulouse-Lautrec, Verlaine, Cocteau, Debussy, Renoir, Picasso, Ravel, Proust, Stravinskij e soprattutto Coco Chanel. Tutti ebbero successo e fu anche grazie a lei, ‘presuntuosamente Socratica’ nella maieutica dell’arte: «Io faccio partorire … la bellezza. […]Le università la chiamano ‘cultura’. Io la chiamavo: avere tutti a cena da me, a casa». Piena di sé quando crede di essere la musa ispiratrice dei talenti per i quali ha fiuto eccezionale, dedita all’alcool e velatamente fragile quando sospetta di averli solo finanziati.
Teatro Lucrezia Lante della Rovere riesce brillantemente in una prova complicata, ma regge il palco per un’ora senza alcun calo e il confronto col pubblico. Un esperimento riuscito a pieno. Particolarmente suggestivi i magici giochi di luce e la strabiliante delicatezza e sinuosità dell’attrice nel muovere le mani, ad un certo punto l’unica cosa visibile sulla scena mentre il resto del suo corpo è perso nel buio.
