Un momento della presentazione

di Silvia Mirabelli

«Oggi giorno i disturbi alimentari sono sempre più diffusi, soprattutto tra i ragazzi in fase preadolescenziale». Ha esordito così Laura Dalla Ragione, responsabile dei servizi dedicati ai Dca (i Disturbi del comportamento alimentare) dell’Usl Umbria 1 e autrice insieme a Raffaella Vanzetta del libro Social fame-Adolescenza social media e disturbi alimentari, presentato mercoledì alla sala del consiglio della Provincia di Perugia.

«DISTURBI ALIMENTARI, IN UMBRIA PIÙ CASI MA GUARIRE SI PUÒ»

Bombardati di immagini Basta aprire un qualsiasi social e subito si viene bombardati da immagini di corpi perfetti e performanti, narrazioni di vite eccezionali, momenti in cui si è felici e sorridenti. Ma è questa la realtà? Sono soprattutto i giovani a non avvertire questa discrepanza, tra il reale e virtuale, e pensano che questa sia la normalità. Con il corpo gli adolescenti comunicano quello che non sanno (o non vogliono) dire a parole, e spetta agli adulti intercettare questi segnali di allarme. Nel 2019, come spiegato mercoledì, i casi di disturbi alimentari intercettati sono stati circa 680.500, nel 2020 sono balzati a quota 879.500 e nel 2022 a 1.450.560. Anche in Umbria la situazione non è delle migliori dato che le persone affette da Dca sono circa 15 mila. Alcune di queste vengono curate a Todi, a Palazzo Francisci, che il 20 maggio festeggerà i primi 20 anni di attività.

Il libro «Abbiamo giocato con le lingue, dando una doppia accezione al termine fame, che in inglese sta a significare fama. Quello che accomuna i giovani – ha detto l’autrice – è soprattutto una fame di riconoscimento. Vogliono essere visti e il corpo è uno dei mezzi utilizzati a tale scopo». I social media e le fake news sono i protagonisti, tramite la reiterazione di immagini e comportamenti finiscono per influenzare i quelli dei più giovani, non in grado di difendersi. Va da sé che assume una importanza particolare la sensibilizzazione e la prevenzione, di cui si parla ampiamente negli ultimi due capitoli. Le autrici sottolineano una doppia posizione: da un lato la sottovalutazione del fenomeno, dall’altro un’eccessiva criminalizzazione. In realtà quelli che comunemente vengono chiamati nativi digitali, non hanno una piena padronanza del mezzo che utilizzano e, molto spesso, viene a cadere la differenza tra il virtuale e la realtà.

Formazione «Il primo passo sta nella formazione – da sottolineato l’assessore ai Servizi sociali del Comune di Perugia Edi Cicchi – non solo dei più giovani ma anche di tutti coloro che ruotano intorno a essi, a partire dai genitori fino alle scuole. L’Umbria è stata antesignana di molti progetti, tra cui il conseguimento di un patentino digitale». A questa iniziativa, in particolare, hanno aderito le scuole secondarie di secondo grado. Dopo un periodo di formazione, gli studenti sono stati sottoposti a un test regionale per accertare le loro conoscenze e per acquisire il patentino.

Prevenzione Alla presentazione ha partecipato anche anche Maria Grazia Giannini, presidente de Il Bucaneve. L’associazione si occupa di prevenzione nel settore dei disturbi alimentari con diversi punti di ascolto nel territorio e, nel corso del tempo, ha organizzato diversi incontri nelle scuole. Risulta sempre più evidente il fatto che di fronte a una problematica così complessa occorre un approccio multidisciplinare e trasversale. Infatti, a prendere parola è stata anche Francesca Pierotti, dottore di ricerca in Semiotica e Psicologia della comunicazione. «C’è un forte parallelismo tra i social e i disturbi dell’alimentazione. In questi ultimi il corpo viene visto come esclusivo rappresentante del soggetto, e cerca di incarnare i modelli di perfezionismo. In realtà si cerca di nascondere un dolore molto più profondo».

Nessuna parola Secondo Giannini «nei social tendiamo a mostrare la parte più bella di noi. Noi in quanto esseri umani vogliamo essere riconosciuti. Il primo riconoscimento viene dalla famiglia, che ci considera appartenenti a un determinato contesto. C’è sempre questo bisogno di appartenenza. Con i social abbiamo un riconoscimento immediato e che ci soddisfa». «Avendo questo accesso così precoce – dal punto di vista biologico, cognitivo, ma anche emotivo – i ragazzi – ha aggiunto – non possono decodificare gli stimoli che ricevono. I social, nell’ultimo periodo si caratterizzano per un uso sempre più massiccio delle immagini a discapito delle parole. Quindi il processo di decodifica del messaggio è visivo. Non ho nessuna parola che mi aiuta».

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