Immagine dalla pagina facebook 'San Francesco d'Assisi'

di M.T.

Il Francesco di Aldo Cazzullo e Angelo Branduardi andato in scena nella volta degli affreschi di Giotto, per la prima nazionale, alla basilica di Assisi, è il tentativo riuscito di trovare ancora molto di nuovo, imprevisto, sorprendente in questa figura che continua a interrogare in maniera potente. Eppure del Francesco di Assisi si è conosciuto tanto, molto di più di numerosi altri santi importanti della cristianità, con testi che lo raccontano nei dettagli in quello che è stato il periodo più importante della sua vita, quello che lo ha affidato al culto e alla storia. Ieri sera, però la combinazione è risultata palpitante. Quegli affreschi, la narrazione di Cazzullo che tratteggia un Francesco umanista, il coinvolgimento di Branduardi che in quindici giorni ha scritto le canzoni sui testi di Francesco, una volta superata la perplessità per l’incarico affidato: «Proprio a me che detesto la musica devozionale», il rimbalzo di suggestioni è stato continuo e profondo. Per quest’appuntamento c’è voluto essere anche Jovanotti, seduto tra il pubblico e assorto nella performance.

E’ stata descritta come una serata che ha trasformato uno dei luoghi simbolo del francescanesimo in uno spazio di ascolto e riflessione collettiva, in cui parola, musica e memoria storica si sono intrecciate davanti a un pubblico raccolto e partecipe. Cazzullo accompagnato da Branduardi ha ripercorso la vicenda umana e spirituale di Francesco d’Assisi, restituendone l’attualità attraverso temi che attraversano il presente: il rapporto con il potere, il dialogo tra culture, la pace, la responsabilità verso il creato. Un racconto che, nel silenzio della Basilica, ha assunto il tono di una meditazione civile oltre che spirituale.

A sottolineare il valore simbolico della serata è stato anche l’allestimento del palco, sul quale è stato esposto il cosiddetto “corno del Sultano”, reliquia legata alla tradizione dell’incontro tra Francesco e il Sultano al-Malik al-Kamil a Damietta, nel 1219. Si tratta di un corno d’avorio che, secondo la tradizione, venne donato al Santo come segno di amicizia e rispetto reciproco. Normalmente conservato nella cappella di San Nicola, nella chiesa inferiore della Basilica, affrescata da Giotto, il corno è simbolo di dialogo interreligioso e veniva utilizzato per chiamare alla preghiera.

A margine dell’evento, fra Giulio Cesareo, direttore dell’Ufficio comunicazione del Sacro Convento, ha richiamato il significato più ampio della scelta di ospitare lo spettacolo proprio all’interno della Basilica, ricordando come i luoghi francescani abbiano storicamente svolto un ruolo che andava oltre la dimensione liturgica. «Le chiese francescane sono state per secoli spazi di incontro delle comunità, luoghi in cui si costruivano relazioni e si trovavano mediazioni», ha spiegato, sottolineando come oggi sia l’arte a raccogliere quell’eredità, diventando terreno di confronto e condivisione.

In questo senso, l’anteprima di “Francesco” è stata letta come un contributo culturale capace di parlare al presente, invitando a rileggere la figura del Santo non come icona distante, ma come riferimento ancora vivo. Un messaggio che, tra musica e parole, ha attraversato la Basilica e il pubblico, restituendo alla serata il valore di un evento che ha unito spiritualità, cultura e attualità.

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