John Scofield ieri sera all'arena (foto M.A. Manti)

di D.B.

Tra blues e jazz John Scofield e la sua chitarra hollowbody hanno regalato lunedì al pubblico di Umbria Jazz una delle fin qui migliori serate del festival. Un’ora secca di altissimo livello musicale garantito, oltre che da quello che è considerato uno dei tre re della chitarra insieme a Bill Frisell e Pat Metheny, che sarà giovedì sera all’arena con la sua Unity Band (se le premesse sono quelle poste dall’ultimo disco, concerto da non perdere), da una band di altrettanto alto livello. A dialogare con Scofield alla chitarra è salito sul palco Kurt Rosenwinkel, mentre al contrabbasso c’era Ben Street e alla batteria Bill Stewart. Un quartetto che non si è limitato solo ad andare alla ricerca delle radici del blues: il fraseggio più propriamente jazz di Scofield, pulito e raffinato, da solo valeva il prezzo del biglietto.

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Esperanza Nella seconda parte della serata all’arena è stata la volta di quella che non è più una giovane promessa, Esperanza Spalding, che dopo il concerto al Santa Giuliana ha conluso la sua tappa perugina con una jam sassion fuori programma in via Bonazzi andata avanti fino alle ore piccole. L’ascesa di questa ragazza di Portland, con buoni studi alle spalle e innegabile talento, è stata vertiginosa. Basti pensare che cinque anni fa proprio Umbria Jazz la fece esordire come leader. Allora (aveva 23 anni) suonò nello spazio più piccolo del festival, e adesso, a soli cinque anni di distanza, in quello più grande, l’arena. In questi cinque anni però, sono accadute molte cose: Esperanza ha vinto (primo musicista jazz) il Grammy come «new star», è stata invitata a suonare per la cerimonia del Nobel per la pace assegnato al suo presidente Obama ed a quella della notte degli Oscar, è passata per i più importanti show televisivi americani. Il sogno americano che si avvera.

Radio Music Society Il tour porta il nome del suo disco Radio Music Society, dichiarazione d’amore alla radio ed all’approccio alla musica che la vecchia fm permette, e difatti la sezione di sette fiati e una corista si schiera dietro un telone che riproduce il classico radiorecorder di una volta, imponente marchingegno di plastica che si portava a spalla. «Radio song», in questo senso, è una specie di manifesto. Spalding suona il basso elettrico, talvolta il contrabbasso, e canta. Fa tutto bene, ed il meglio forse lo dà con la voce. La sua musica è un soul fresco e light (talvolta fin troppo) che si intreccia continuamente con il jazz e con le sue forme, delle quali la ragazza di Portland dimostra di avere padronanza, passando con disinvoltura da Thad Jones a Stevie Wonder. Una ventata di sereno ottimismo che con i tempi che corrono certamente non guasta: è l’emozione più forte che produce questo «jazz» figlio del suo tempo, che dal punto di vista tecnico funziona perché lo show funziona ed i musicisti sono tutti molto professionali. Un jazz fan che pretendesse meno pop e più spessore farebbe meglio a cercare altrove, magari nel quintetto di Joe Lovano che martedì sera sullo stesso palco suonerà la musica di Wayne Shorter. Particolare curioso: Lovano in una delle sue ultime band, la Us Five, per la quale volle soltanto musicisti giovani, aveva proprio Esperanza Spalding come contrabbassista.

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