di Danilo Nardoni
Se non ci fossero bisognerebbe inventarle. Di storie sulla Resistenza. Non è questo il caso visto che il romanzo storico in questione, l’ultima fatica letteraria dello scrittore e giornalista perugino Giovanni Dozzini, si ispira a fatti realmente accaduti, anche se dimenticati. Sta proprio qua, infatti, il merito iniziale de ‘Il prigioniero americano’ (Fandango), quello di tirare fuori dai cassetti della memoria pagine bellissime della nostra Storia, con la capacità di raccontare quello che siamo stati ma anche come dobbiamo tornare ad essere. Il lungo tour di presentazione del libro, che lo sta portando ad incontri in giro per l’Italia, sabato 22 luglio (ore 17) arriva a Montone. In un luogo vicinissimo proprio alla terra delle storie che racconta.
Amore, Resistenza e Liberazione sono le parole chiave che si intrecciano nelle oltre 300 pagine. In quelle iniziali, prima che il flusso di parole inizi, ci si sofferma sempre poco. Ma nelle pagine introduttive l’autore cita un passaggio di un libro, da ‘Oltre il Confine’ di Cormac McCarthy, scrittore americano recentemente scomparso che con questo lavoro, ambientato alle soglie della Seconda guerra mondiale, tocca la sua più alta intensità visionaria. Dozzini cita anche una canzone, la struggente ‘Sparrow’, di una indie band sempre americana, Big Tief: “Lei ha il veleno dentro di sé, parla ai serpenti e loro la guidano”. Dozzini vuole dire qualcosa al lettore, già da qui, citando una storia che è un viaggio iniziatico tra il perdersi e il ritrovarsi, e note da mettere come sottofondo durante la lettura.
Ci si prepara così, in questo romanzo di avventura, di guerra, di spionaggio, ad una storia marcatamente “western”, ma soprattutto ad una storia di Resistenza. Quella Resistenza che si stava organizzando in tutta Italia, in questo caso nell’Appennino umbro, anche attraverso percorsi di formazione. Quindi ecco la storia d’amore, sullo sfondo della Storia, tra un console statunitense diventato partigiano e una spia ungherese di cui diventa facile, anche per il lettore, innamorarsi. Due personaggi molto forti il cui destino, dopo aver loro rivoltato le carte, li fa incrociare proprio sui monti intorno Perugia. Il console viene fatto prigioniero e trasportato nel capoluogo umbro, dove, nei tumultuosi anni dopo le dimissioni di Mussolini, si unisce alle brigate partigiane, cambia nome e imbraccia il fucile. Lì incontra una misteriosa femme fatale ungherese, bella e sofisticata, sfuggita dalla polizia fascista su cui ricadono sospetti e accuse. Un romanzo ben strutturato, con prospettiva insolita sulla Resistenza perché fa entrare bene il lettore dentro l’animo degli uomini e delle donne protagonisti del racconto.
Primavera del 1944. L’Europa è in fiamme, e sulle montagne dell’Appennino umbro-marchigiano si incrociano i destini di un uomo e una donna. Lui è il console degli Stati Uniti d’America Walter Orebaugh che, arrestato a Montecarlo sul finire del 1942 e tenuto confinato prima a Gubbio e quindi a Perugia, fugge nel gennaio 1944, per unirsi alla Brigata San Faustino, una banda partigiana composta da alcuni ufficiali dell’esercito italiano e da una schiera di giovani proletari della zona. Lei è Maria Keller, ballerina ungherese di tip-tap che nel dicembre del 1939, dopo aver girato per anni il Mediterraneo con una compagnia internazionale, è finita in carcere a Perugia con l’accusa di spionaggio al soldo dei Francesi, per poi fuggire dopo quattro anni raggiungendo i partigiani in montagna. È la primavera della grande offensiva partigiana e a Orebaugh viene richiesto di mettere la Brigata San Faustino, una delle più importanti dell’Umbria, in collegamento con il comando alleato, oltre la linea del fronte: quello che mancano sono le armi per affrontare il nemico che razzia e terrorizza il centro Italia. Ma lontano dai campi delle operazioni, dagli scontri tra i vari comandanti partigiani è la figura di Maria Keller ad agitare l’animo dei combattenti: come ha fatto a evadere? E se fosse una spia dei fascisti arrivata tra loro per spiarne le mosse? È possibile credere a quello che racconta?
Ispirandosi a una storia vera, Giovanni Dozzini ricostruisce quindi un pezzo della Storia della Resistenza del nostro paese, umbra in particolare, partendo da alcuni destini individuali emblematici, raccontandoci come ritrovarsi combattenti per la libertà spesso sia un caso, decidere di combattere è invece quasi sempre una scelta. Un libro che dimostra come valga ancora la pena scrivere romanzi su un tema e un tempo lontani come questi, unico modo per renderli ancora presenti nelle nostre vite.
Dozzini, classe 1978, tra gli organizzatori anche del festival di letteratura ispano-americana Encuentro, con questo romanzo entra nell’età matura dopo aver pubblicato i precedenti ‘Il cinese della piazza del Pino’ (Midgard, 2005), ‘L’uomo che manca’ (Lantana, 2011), ‘La scelta’ (Nutrimenti, 2016) e ‘E Baboucar guidava la fila’ (Minimum Fax, 2018), con cui ha vinto lo European Union Prize for Literature 2019, tradotto in dodici paesi. Per Fandango, oltre che con ‘Il prigioniero americano’, è uscito il romanzo ‘Qui dovevo stare’ (2021), vincitore del Premio Fulgineamente 2022.
