di Lucia Caruso

El sueño de la razon produces muestras”. Il titolo scelto per la mostra ospitata dallo spazio espositivo ‘Trebisonda’, è una rivisitazione dell’epigrafe della famosa litografia di Goya: “El sueño de la razon produces muenstros”, che si rivela tanto ambigua quanto interessante. Le tre giovani artiste, Benedetta Galli, Laura Patacchia e Mari Tancredi, coinvoltesi vicendevolmente in questo progetto di “work in progress” che le ha viste lavorare a un’esperienza comune di incontro e confronto quotidiano,  hanno scelto di trasformare quell’ultima parola “muenstros” (mostri) in “muestras”(mostre).Sogno e sonno E’ la parola “sueño” a trarre in inganno, poiché in spagnolo ha un doppio significato: “sonno” e “sogno”. Dunque sarà il sogno, (stato alterato di coscienza), o il sonno, (sospensione di questo stato di coscienza), della ragione a generare “mostri”, in questo caso “mostre”?? L’incisione di Goya è stata a lungo dibattuta. Nel caso di questa mostra risulta evidentemente affascinante perdersi nel mistero di questa ambiguità.

Finissage. Domenica 13 febbraio alle ore 18 è in programma, presso gli spazi di Trebisonda, il finissage della mostra alla presenza delle tre autrici.

La mostra. La memoria, la voce roca del ricordo, riempiono l’aria di una, ora dolce, ora amara, nostalgia. E’ un gioco – forza tra chronos e kairos – tra un tempo cronologico che ci costringe a fare i conti con il trascorrere delle ore, con il sopraggiungere delle rughe, e un tempo legato al sacro, all’irrazionale, al sogno appunto. Razionale e irrazionale dunque, conscio e inconscio, sonno e sogno, che fanno parte di un’unica grande visione d’insieme.

Disegno spaziale E’ il “Disegno spaziale”, (Laura Patacchia, 2010), ad intrappolare lo sguardo in una vibrazione cromatica. Un’opera che indaga lo spazio e lo delimita entro fili sospesi, ancorchè in continua tensione.  L’intersecarsi, l’incrociarsi e l’intrecciarsi dei fili, appare come una costante della ricerca artistica dell’autrice, un segno involontario probabilmente, un gesto innato, che rende i suoi lavori identificabili.

Scrivevo Penne, pennarelli e matite colorate formano un cubo multicromatico posto per terra, in solitudine, come fosse distante dagli altri lavori. Lì giace l’ opera di Benedetta Galli, quasi in attesa che un bambino la prenda per trasformarlo in gioco, in azione. Sembra sussurrare la forza e la gioia dell’infanzia, la spensieratezza e l’incoscienza di un periodo della vita, al quale, a un certo punto, si guarda  posizionandosi sulla fragile piattaforma della memoria e della nostalgia. Qui l’artista non è però evocato. Ma presente. Quelle penne, quelle matite, come se ancora trattenessero l’odore pungente dell’asilo, subiscono il gesto estremo di un abbandono. Lì adagiate come uno strappo con il tempo, come una ferita inferta ad un membro che lega un se drammatico al grembo di una madre, senza lasciar traccia, senza neanche il frammento di un ombelico essiccato. Tanto dolce quanto drammatica l’opera resta immobile e, allo stesso tempo, fluttuante tra memoria e attesa.  ‘Scrivevo’. Lo rammenta  il titolo come una ‘eco che giunge da lontano e che non trova altre braccia a cui affidarsi, se non all’arte, per una sia pur frivola parvenza di eternità.
Dalla vita alla morte Salta all’occhio un richiamo al lutto, al dolore, alla morte, all’assenza. Stoffa nera disegna una sagoma femminile, inginocchiata verso un fuso di telaio. Prega. L’assenza  del volto pare voler rimarcare il il peso insostenibile di una mancanza. Per titolo ha  “L’attesa”, l’opera di Meri Tancredi, e per racconto potrebbe invocare una speranza. Di qualcosa che pobabilmente  sopraggiungerà o di qualcuno di cui ci si vuole autoconvincere  che tornerà. Se il tempo ha un senso Sembrano uscite da un vecchio baule, che riposava in soffitta, la serie di tele sulle quali sono stampate foto di lontane antenate (Disegno spaziale – Frammenti-  2010) di Laura Patacchia, imprigionate tra linee o fili, il cui movimento ricorda il ricamo e che, a tratti, rimanda alle ragnatele, all’antico, al ricordo. Emergono quindi interrogativi, elementi, richiami che mettono in comunicazione le opere delle 3 artiste. L’installazione continua sotto le foto, dove ci sono, risposte a terra, tele bianche e cornici imbrigliate anch’esse dagli stessi fili, i quali, nell’intrecciarsi annunciano una terza dimensione.

La prepotenza del presente Al piano di sotto prosegue il lavoro con “Disegno spaziale – Adolfa, Letizia”  (Laura Patacchia, 2010): una foto  ritrae una donna di nero vestita. Affidata a trame viola. Richiamerà ad un lutto? A fare da contrappeso, un’altra  foto: propone una bambina in  abito bianco, di un bianco che acceca dentro i colori seppia di polaroid invecchiate. Questa volta i tentacoli di fili rimandano ad una trascendenza. Sono foto di antenate. Le antenate dell’artista. Proiettarle nel presente è come un gesto salvifico di attualizzazione del ricordo: la prepotenza del lasciar sopravvivere una forza che altro non sarebbe se non materia e sostanza evocatrice.

Presente e passato: andirivieni Continua l’andirivieni tra presente e passato con un’opera di Benedetta Galli datata 2004 “Quadrilobi”. La forma: quadrati su cui si aprono 4 semicerchi, richiama la decorazione  presente nel rivestimento esterno di San Lorenzo, a Perugia.  In origine 30 quadrilobi di plexiglass erano collocati a terra, formando una decorazione di circa 9 metri quadri. Oggi li ritroviamo uno sull’altro. Trasparenza e profondità si traducono in installazione tridimensionale.

Telesma Sullo sfondo della grande sala di Trebisonda, sopra grandi pannelli formati da foglie d’oro e rame, una grande scritta nera “Telesma”, talismano, racconta di una sacralità senza tempo.  Mentre sotto una sedia nera posta di fronte i pannelli, a cui manca la seduta, vi è una sveglia con al centro una bussola. Crhronos e oikos, tempo e spazio. Tempo cronologico e tempo sacro, ancora. Saltano alla mente una serie di binomi che giocano con una frase, che è anche il titolo dell’opera, “E quindi uscimmo a riveder le stelle” (Mari Tancredi 2010). C’è qualcosa di divino nell’umile gesto di rubare alle stelle un frammento di eternità per concederlo al proprio sguardo.

Sedicimila di me “Sedicimila di me”, è l’ultima evoluzione artistica di Benedetta Galli. Gocce di silicone avvolgono minuscole foto dell’artista e si ripetono su 3 tele per sedicimilacinquecentosessantacinque volte. Sono lavori nei quali la reiterazione, quasi ossessiva dell’immagine suscita nell’osservatore una certa tensione psicologica. Ma le piccole foto, chiuse in semisferi di silicone, come fosse melassa, vengono dissacrate e perdono la loro funzione (di foto-immagine), concedendosi all’arte come mezzo per dare vita a cromatismi inattesi. Nella stanza di giù sono 40mila gli elementi disposti sulla grande tela (40mila di me), a creare suggestione.

Notos Quindi “Nostos”2010: l’anima di una grande barca con sedia, (come quella di fronte la scritta Talismena, solo che di dimensione più piccola), sulla prua. L’anima della barca, realizzata in cartone, assomiglia all’ossatura di un dinosauro, è carcassa, abbandono, vuoto e silenzio. Un tempo che s’è fermato,  in un viaggio interrotto.  Dinanzi quest’anima di cartone campeggia “Scilla”, un lavoro di Benedetta Galli (2010) omaggio a Sol LeWitt, composto da piramidi di pvc al cui interno le foto ritraggono l’artista in pose rigide, scultoree, quasi asettiche, nelle quali il corpo tenta di raccontare la freddezza del mitico scoglio (Scilla appunto).

Un piacevole malessere Infine, una piccola stanza,  il laboratorio delle tre artiste, dove vi sono i segni di opere incompiute, che fanno da evidente richiamo alle opere presenti nella mostra. Ed è ancora sospensione, come un dramma irrisolto, come una appendice destinata a rimanere appesa, legata ad un fragile filo, risoluta e smaniosa di conosere compiutezza, ma che di null’altro si alimenta se non dell’indefintito. Come un piacevole malessere.

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One reply on “«El sueño de la razon produces muestras». In mostra a Trebisonda Galli, Patacchia e Tancredi”

  1. Grazie Lucia!
    Non ci conosciamo ma volevo ringraziarti per l’articolo meraviglioso che hai scritto.
    Meri.

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