di Daniele Bovi
Per capire la storia musicale della prima notte di festival all’arena Santa Giuliana bisogna partire più o meno dalla metà, cioè da quando al duo Chick Corea-Stefano Bollani si è unito Hamilton De Holanda con il suo bandolim. L’anima jazz e quella latina a questo punto si fondono con Corea che attacca le prime inconfondibili note di «Sometime Ago-La Fiesta», perla fusion datata 1972 che servì da rampa di lancio per i Return To Forever di Corea e soci (tra questi Airto Moreira). Sul palco così si dipana una rilettura di quello che è ormai un grande classico del genere con i tre, a turno, a dettare la linea per lunghi minuti e con De Holanda a dare «voce» al flauto che fu di Joe Farrell. Minuti che hanno diviso la serata in due, scaldato in pubblico e che rappresentano, comunque, qualcosa già da ricordare di questo festival.
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Corea-Bollani Il primo set di questo avvio di Umbria Jazz ha visto invece sul palco dell’arena un duo pianistico che ormai al festival si può dire consolidato, quello tra Corea e Bollani. Due re degli 88 tasti anche se in questo il rapporto, viste le età, potrebbe essere quello tra allievo e maestro. La «fusion» pianistica è comunque riuscita perché i due insieme riescono a portare un mix di geometria e linearità, «rispettandosi» a vicenda e mostrando ai migliaia dell’arena garanzie di un background culturale fatto di patrimonio jazz, di curiosità musicale a tutto campo con una prevalenza per le sonorità latine, di improvvisazione e inventiva. Tra i due così si snoda un dialogo fluido e a tratti la sensazione, provando a chiudere gli occhi, è quella che a suonare sia un solo pianista.
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Bollani-De Holanda Dopo la già citata «Fiesta» il colore e il sapore della notte vira decisamente con Bollani, che come al solito non si è risparmiato concedendo al pubblico alcuni momenti di spettacolo arrivando pure a «suonare» lo sgabello, a far coppia con De Holanda, interprete apprezzatissimo della storia del choro brasiliano con il suo bandolim a dieci corde. Un lungo set intenso, fatto di grande espressività, coinvolgente e che ha visto i due spaziare dal Chico Buarque di «O que serà» alla «Beatriz» di Edu Lobo fino ad arrivare a pezzi di Bollani come «Il barbone di Siviglia» e riletture di capisaldi della musica italiana come «Reginella» e «Guarda che luna». Anche in questo caso un duo affiatatissimo che ha dato vita a un concerto riuscito perché alla base c’è un’enciclopedica cultura musicale e, ancora più importante, un amore profondo per la musica brasiliana. Sabato sera sul palco dell’arena spazio ancora al pianoforte con la prima parte della serata dedicata a Thelonious Monk curata dal trio di Stan Tracey, uno dei maestri del jazz inglese. Nella seconda arriva mister Watermelon man, alias Herbie Hancock con Trevor Lawrence, Lionel Loueke e e James Genus.


