Il complesso residenziale di Ponte San Giovanni sequestrato nell'operazione Apogeo

di Francesca Marruco

Quel milione e mezzo di euro che  arrivava da «quelli là sotto», quelli che il presunto capo dell’organizzazione sgominata dal Ros e dal Gico della Guardia di Finanza, Giuseppe D’Urso, non esita a definire «i peggiori assassini d’Italia» doveva essere investito nell’edilizia a Perugia. Ed è proprio lì che sono finiti. Come caparra per l’acquisto del complesso residenziale di Ponte San Giovanni «Il Centro». E «i peggiori assassini d’Italia», secondo le risultanze investigative altri non sono che il clan dei Casalesi, a cui Giuseppe D’Urso, Angelo Russo e Pasquale Tavoletta, tutti arrestati nell’operazione, erano più o meno affiliati. Anche questo risulta dalle carte dell’inchiesta Apogeo.

Russo e i Bidognetti «Del ruolo di Russo Angelo in seno alla criminalità organizzata campana hanno parlato anche i collaboratori di giustizia Diana Francesco e Ziello Gaetano. Il Diana – scrive il gip Carla Maria Giangamboni nell’ordinanza di custodia cautelare – già reggente dopo l’arresto di Setola Giuseppe, del clan Bidognetti, per la zona di Villa Literno, ha riferito di essere stato incaricato dallo stesso Setola di occuparsi, insieme a Russo Angelo, della gestione delle sale scommesse e gioco. Il Russo versava al Diana la somma di 8 mila euro al mese destinata a rientrare nella “cassa del clan”. Il Russo era solito avvalersi dei suoi legami con il clan Bidognetti ed utilizzarne la capacità intimidatrice».

Tavoletta già incriminato per associazione mafiosa Anche Pasquale Tavoletta, altro membro dell’organizzazione criminale che, come scrive il gip, doveva «cannibalizzare» parte dell’edilizia perugina e non solo, era già stato destinatario di un’ordinanza per aver «partecipato ad una associazione di tipo mafioso, denominata, “clan dei Casalesi”». «Tavoletta – si legge nell’ordinanza del gip Giangamboni – viene anche indicato dai vari collaboratori di giustizia come affiliato al clan Ucciero –  Tavoletta».

D’Urso e gli Schiavone E quello che gli inquirenti di Perugia  ritengono il capo dell’0rganizzazione, Giuseppe D’Urso, non era da meno. «I legami con la criminalità campana emergono anche da altre risultanze», scrive ancora il gip. D’Urso infatti era stato controllato insieme ad Armando Diana, nipote di Rosalba Schiavone, sorella di Francesco Schiavone, conosciuto come “Sandokan”, e insieme al cognato di uno dei suoi uomini di fiducia.

300 appartamenti comprati con 2 milioni e mezzo L’edilizia perugina cannibalizzata dai soldi sporchi dei clan lo è stata di certo. Attualmente tutto il complesso residenziale «Il Centro» di Ponte San Giovanni, 300 appartamenti, alcuni già venduti, è stato sequestrato. Perché finito nella mani altrettanto sporche della Swiss Financial Advisors, di cui «la testa di legno» dell’associazione, Gennaro De Pandi, quello che poi ha vuotato il sacco con gli investigatori, era amministratore, ma che di fatto faceva capo a Giuseppe D’Urso, un imprenditore messinese già dichiarato fallito e condannato con sentenza definitiva per bancarotta fraudolenta. Secondo quanto stabilito con l’impresa Palazzetti di Pesaro, che il complesso residenziale aveva iniziato a costruirlo, l’impresa fantasma con sede a Lugano Sfw, aveva pattuito un prezzo totale di 41 milioni di euro, di cui 2,2 di caparra. Tutti gli altri erano l’accollo degli oneri per l’esecuzione dei lavori e di quello del mutuo acceso per la costruzione degli edifici.

L’impresa con le opere d’arte come capitale Ma la Sfw, secondo quanto scoperto da un commercialista che aveva stipulato un preliminare per acquistare più di due milioni e mezzo di appartamenti nel complesso, aveva un capitale sociale pari a 100 mila franchi svizzeri, di cui la metà in opere d’arte. Elemento questo che lo aveva insospettito non poco. D’Urso ha deciso poi che la Sfw non era adatta per l’operazione e aveva creato un’altra società vuota, la Ginevra, che aveva come amministratore il solito De Pandi.

Le imprese senza bilancio De Pandi, il quale agli inquirenti nel marzo scorso spiega come «l’investimento principale del gruppo era indubbiamente il cantiere di Ponte San Giovanni, che aveva un valore nominale di 48 milioni di euro, ma che sul mercato poteva salire a 72». Gli uomini arrestati non hanno mai rilevato il mutuo intestato a Palazzetti e per il complesso hanno sborsato solo la caparra. De Pandi aveva anche spiegato che « l’organizzazione, attraverso una pluralità di società pone in essere truffe […] tutte le fatture che venivano emesse dal gruppo erano inesistenti perché non esisteva alcuna contabilità e alcun bilancio». Tutto insomma era inventato, tutto fittizio e sporco, come i soldi che avevano loro per le mani, quelli con cui facevano la bella vita pur senza dichiarare un centesimo per anni. I soldi con cui hanno cercato di sporcare anche Perugia.

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