di Chiara Fabrizi e Ivano Porfiri
Dodici anni di reclusione per Giorgio Del Papa l’accusa è omicidio colposo plurimo aggravato. Si conclude così la requisitoria del procuratore Gianfranco Riggio. Ma è il prologo ad essere davvero potente.
Emozione in aula Le parole del procuratore capo emozionano le vedove e i parenti presenti in aula. In una manciata di minuti il magistrato ripercorre i cinque anni che separano il presente da quel terribile 25 novembre 2006 quando Maurizio Manili, Tullio Mottini, Vladimr Todhe e Giuseppe Coletti persero la vita nel rogo della Umbria Olii. È invece il pubblico ministero Federica Albano a ricostruire i fatti, smontare la tesi della difesa e formulare la propria accusa.
Le richieste Undici anni sono stati chiesti per l’omicidio colposo plurimo, sei mesi per l’omissione dolosa delle cautele sul lavoro, sei mesi per l’incendio. Mentre un’ammenda di 500 euro è stata richiesta per l’omissione colposa di misure di sicurezza sul lavoro e un’ammenda di 100 euro per il getto pericoloso di sostanze.
La mattina del pm Federica Albano Ha iniziato la ricostruzione dell’accusa poco dopo le 10 del mattino e l’ha interrotta solo alle 13.30 per passare la parola al procuratore capo Gianfranco Riggio. Per l’accusa ad innescare l’esplosione è stato l’utilizzo della saldatrice su un serbatoio, il 95, all’interno del quale erano stoccate tonnellate di olio di sansa grezzo contenente quantità di esano tutt’altro che risibili. L’intervento a caldo eseguito con il serbatoio pieno e l’impianto in funzione, secondo il pm, avrebbe surriscaldato le pareti fino a far cedere il basamento del serbatoio provocando lo sversamento di diverse tonnellate di olio e l’esplosione. All’Umbria Olii, sempre secondo l’accusa, i bacini contenitivi dei serbatoi erano inesistenti tanto che la fuoriuscita del liquido sarebbe all’origine di quello che l’Albano definisce «l’effetto domino» sugli altri due serbatoi che esplosero di lì a poco.
Il pm sulla tesi della difesa Il magistrato spoletino è poi tornato a smontare la ricostruzione dei periti della difesa. «La tesi – ha affermato Federica Albano – non ha nessuna credibilità è frutto di pura fantasia e ci sono le immagini delle telecamere interne a dimostrarlo». Sostanzialmente i legali dell’imputato sostengono che a causare il rogo del 25 novembre 2006 sia stata una manovra impropria eseguita dal gruista, unico sopravvissuto alla tragedia. Secondo la difesa la gru avrebbe agganciato per errore il serbatoio 95 e lo avrebbe inclinato da un lato, spostandolo orizzontalmente, causandone l’esplosione. Per il pm, invece, è insostenibile che la gru avrebbe potuto spostare il serbatoio. Il mezzo infatti, argomenta l’Albano, non può tecnicamente compiere manovre laterali e per di più il peso del serbatoio sarebbe di gran lunga superiore al carico massimo sopportato dalla gru. Per cui, è la conclusione del pm, se il mezzo avesse eseguito la manovra in questione si sarebbe ribaltato.
Sicurezza sul lavoro Particolarmente delicato anche il capitolo relativo al rispetto delle normative vigenti in materia di prevenzione e sicurezza sul lavoro. Secondo l’accusa nessun elemento di valutazione del rischio era stato fornito alla ditta Manili che stava eseguendo l’intervento nello stabilimento campellino.
La requisitoria del procuratore Riggio «Giuseppe Coletti 48 anni, Maurizio Manili 45 anni, Tullio Mottini 48 anni e Vladimr Todhe 44 anni, quattro vite spezzate, quattro destini bruciati in quella orrenda vampata, quattro universi di speranze e aspettative troncati». Esordisce così, pochi minuti prima delle quattordici, il procuratore Gianfranco Riggio. «Non voglio essere patetico ma nei processi civili si giudicano le cose, nei procedimenti penali gli uomini per cui mi permetto un attimo di compassione umana per le vittime, per le famiglie, per i loro cari che di rispetto in questi anni ne hanno avuto poco». Il procuratore vuole ricordare la richiesta di danni di 35 milioni di euro avanzata dall’imputato di Giorgio Del Papa alle famiglie delle vittime e le cause civili contro i nostri consulenti. E lo fa esplicitamente, tuonando. «Queste famiglie sono state citate in giudizio per danni, un elemento di assoluta novità che ci auspichiamo vivamente non si diffonda. Abbiamo avuto consulenti querelati perché si sono permessi di discutere durante congressi scientifici i risultati del loro lavoro, come se la comunità scientifica fosse un cortile di pettegoli, mi dispiace dirlo ma è un dovere affermare che non è così che funziona. Ricorrere ad aggressione non fa altro che consegnare barbarie al processo, noi abbiamo fatto il nostro mestiere, il nostro dovere, e allora mi chiedo: da quando in questo paese fare il proprio dovere è diventata una colpa?». Un’eloquenza oratoria persuasiva che arriva anche a richiamare un altro tragico incidente quello della Thyssen a Torino. «Il tema della morti bianche suggerisce richiami recenti che però non farò perchè Torino è Torino e Spoleto è Spoleto, ogni processo ha una sua storia. L’unico richiamo lo farò sul lavoro di questa piccola procura che ha presentato una ricostruzione impeccabile, completa, solida, inattaccabile, sprovvista di punti di permeabilità: questa non è una requisitoria ma una progetto di sentenza. La comunità civile ha un debito di giustizia verso queste famiglie».
La tragedia di Campello Sullo sfondo rimane la tragedia di quel 25 novembre del 2006, quando nell’esplosione alla Umbra Olii di Campello sul Clitunno morirono Maurizio Manili, Tullio Mottini, Vladimr Todhe e Giuseppe Coletti. I quattro operai di una ditta metalmeccanica stavano montando una passerella in cima ad un silos pieno d’olio quando una scintilla ha causato un’esplosione. Fra i morti il titolare della ditta (Manili), mentre un quinto lavoratore si è salvato perché in quel momento si trovava nel piazzale, lontano dai silos. La vicenda e le successive polemiche sono state descritte dal giornalista Fabrizio Ricci nel libro “Se la colpa è di chi muore”.


Comments are closed.