di Francesca Marruco
Una delle volte in cui il marito l’aveva picchiata, Raffaella Presta, l’avvocato ucciso a Perugia il 25 novembre scorso con due colpi di fucile dal marito Francesco Rosi, aveva chiesto aiuto al loro bambino di sei anni. A raccontarlo è una delle amiche della vittima, interrogata dopo il tragico delitto. «Gli episodi di violenza – dice la donna – diventavano sempre più frequenti e spesso assisteva anche il bambino. In una di queste circostanze aveva chiesto al figlio di correre a chiamare la zia che abita di fianco a mo’ di aiuto, ma il minore rimaneva impietrito e solo a crisi terminata diceva alla mamma che non si era mosso di lì poiché aveva paura che il padre la uccidesse».
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Il bambino e le violenze Che il bambino abbia assistito alle violenze a cui la mamma è stata sottoposta è convinzione anche del pm titolare delle indagini Valentina Manuali che ha disposto il sequestro anche di tutti i disegni del bambino, per capire se dalle sue produzioni possa emergere qualche elemento in più. Intanto però, a puntare il dito contro il marito assassino ci sono due amiche di Raffaella e un collega della donna. Tutti raccontano la stessa cosa: non ha denunciato il marito «per tutelare il bambino». Quel bambino che, racconta il collega, «nell’ultimo anno era cambiato». «Chiesi a Raffaella se il bambino assisteva alle violenze e lei mi confidò di si aggiungendo che quando accadeva scappava via e poi diceva che il papà era cattivo con la mamma».
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Il gioco d’azzardo Non solo. Le stesse persone riferiscono anche delle confidenze che Raffaella aveva fatto loro sul fatto che Francesco Rosi era un giocatore d’azzardo. «Ricordo che più di una volta mi confidò che il marito tornava sempre alle 6-7 del mattino poiché aveva il vizio del gioco d’azzardo e lei rimaneva sempre sola con il figlioletto appena nato». Queste tre persone hanno visto più volte, di persona e nelle foto mandate da Raffaella, i segni dei lividi che l’uomo le aveva procurato. Anche pochi giorni prima del suo omicidio, quando aveva isto un suo cliente per una pratica di separazione, si era presentata con un paio di occhialoni neri a coprire due vistosi lividi. Lei aveva minimizzato con i presenti, ma il suo cliente, come poi ha detto ai carabinieri, ha pensato da subito che si trattasse di percosse.
Il timpano Forse anche l’otorino da cui Francesco Rosi la portò quando con un ceffone le ruppe un timpano pensò che era stata picchiata e non che era stata colpita da un bambino con una pallonata come invece disse l’omicida. Ma non fece nulla. Era un parente dell’uxoricida da cui lo stesso l’aveva portata per evitare che si facesse refertare in ospedale. In molti hanno visto quelli che vengono definiti «segni inequivocabili di percosse sul corpo di Raffaella», ma nessuno è riuscito a convincerla a lasciare la casa familiare e a mettersi in salvo.
Il presagio della vittima Nonostante pensasse che davvero Francesco potesse ucciderla. Al suo collega confidò più volte che lui l’ aveva minacciata di morte. «Questo mi ammazza», aveva ripetuto più volte. E la scorsa estate, a due amiche disse che «qualora le fosse accaduto qualcosa avrebbe desiderato che il figlio fosse stato affidato alla sua famiglia originaria». Come effettivamente è stato. Il piccolo si trova con la sorella gemella di Raffaella a centinaia di chilometri dalla casa in cui il padre ha ucciso la madre a pochi passi da lui con un dolore impossibile da sopportare e capire per un bambino di sei anni. Che non può non aver sentito quello che accadeva fuori dal bagno mentre era nella vasca. Lo dice lo stesso padre «Raffaella ha urlato. Lui può aver sentito. Subito dopo ho sentito che usciva dal bagno e sono subito andato a bloccarlo per non farlo entrare e l’ho affidato a mia sorella».
