di Marco Torricelli
Saranno le sezioni unite penali della corte di cassazione, nella giornata di giovedì, a dover mettere la parola fine alla lunga e drammatica storia giudiziaria legata ad una vicenda terribile: quella che nel 2007 costò la vita a sette operai dello stabilimento torinese della Tk-Ast.
La Cassazione La suprema corte deve decidere se confermare o no la sentenza con cui la corte di appello di Torino, condannò gli imputati, diminuendo per tutti la pena inflitta in primo grado. Le sezioni unite penali – relatore della causa sarà il giudice Rocco Blaiotta – saranno chiamate a rispondere ad un quesito espresso in questi termini: «Se la irragionevolezza del convincimento prognostico dell’agente circa la non verificazione dell’evento comporti la qualificazione giuridica dell’elemento psicologico del delitto in termini di dolo eventuale».
A Terni Ad attendere, con giustificata apprensione, il pronunciamento della corte di cassazione, a Terni c’è Marco Pucci, l’attuale amministratore dell’Ast – tra gli imputati nel processo e sul cui capo pende una condanna a sette anni di carcere – e che, nei giorni scorsi, aveva parlato con Umbria24 proprio del suo stato d’animo.
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La storia La notte fra il 5 e il 6 dicembre del 2007 otto operai dello stabilimento della Tk-Ast di Torino – poi chiuso – rimasero vittime di un incendio, provocato da un getto di olio bollente. Sette di loro morirono nel giro di un mese. Sotto accusa finirono i vertici aziendali, accusati di non aver garantito il rispetto delle norme di sicurezza, mentre l’azienda ha sempre smentito che all’origine dell’incendio vi fossero quelle violazioni di cui era accusata.
Le accuse A carico dell’amministratore delegato, Herald Espenhahn, i pubblici ministeri del tribunale di Torino formularono l’ipotesi di reato di omicidio volontario con dolo eventuale e incendio doloso, mentre altri cinque dirigenti furono accusati di omicidio colposo ed incendio colposo (con l’aggravante della previsione dell’evento).
Il risarcimento Il 1° luglio del 2008 i familiari delle sette vittime accettarono, siglando un accordo con l’azienda, un risarcimento economico complessivo di 12 milioni e 970mila euro e rinunciarono al diritto di costituirsi parte civile nel processo ai dirigenti.
Il ‘primo grado’ Il 15 aprile 2011 la seconda corte d’assise di Torino aveva condannato Herald Espenhahn a 16 anni e 6 mesi di reclusione. Altri cinque manager dell’azienda (Marco Pucci, Gerald Priegnitz, Daniele Moroni, Raffaele Salerno e Cosimo Cafueri) erano stati condannati a pene che variavano da 13 anni e 6 mesi a 10 anni e 10 mesi.
La lettera Pochi giorni dopo quella sentenza, Marco Pucci aveva affidato ad una lunga lettera le sue prime impressioni: «Sono un assassino – scriveva – e non sapevo di esserlo», mentre più avanti aggiungeva: «Non sono un assassino, sono soltanto vittima di un enorme errore giudiziario, di un processo mediatico, piuttosto che di un processo giusto, che non ha minimamente preso in considerazione le tantissime ragioni e prove a discolpa portate dalla difesa».
Il ‘secondo grado’ Il 28 febbraio 2013, poi, la corte d’appello aveva modificato il giudizio, non riconoscendo l’omicidio volontario, ma quello colposo, riducendo anche le pene ai manager dell’azienda: 10 anni a Espenhahn, 9 a Moroni, 8 a Salerno e Cafueri, 7 a Priegnitz e Pucci. Adesso arriverà la sentenza definitiva.
L’intervista Nel numero del settimanale Panorama, in edicola oggi, Marco Pucci, che all’epoca dei fatti era consigliere con delega al marketing e al settore commerciale, torna a parlare della vicenda: «Se uno è innocente – dice – prima o poi la sua innocenza verrà riconosciuta». E dice che attenderà il verdetto «a casa con la mia famiglia. In ogni caso non scapperò: un innocente non fugge».
