Controlli dopo uno sbarco

di F.T.

C’è anche un poliziotto di Terni – in forza all’Ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico – fra i tre casi conclamati di Tbc riscontrati fra gli agenti impegnati nell’operazione di accoglienza Mare Nostrum. La notizia, emersa a luglio, è stata rilanciata dal segretario nazionale del Sap – sindacato autonomo di polizia – nel corso dell’accesa polemica che coinvolge direttamente il mondo della politica e gli stessi sindacati delle forze dell’ordine.

L’infezione Nel caso dell’agente ternano, l’infezione sarebbe in una forma latente e quindi non contagiosa, decisamente meno grave della malattia tubercolare ‘attiva’. Per evitare che l’infezione si trasformi in vera e propria Tbc – ci sarebbe solo una possibilità su dieci – è necessaria comunque una pesante terapia antibiotica. Gli altri due casi sono stati riscontrati a Bologna e Ferrara.

Numeri A lanciare per primo l’allarme a luglio era stato il deputato del M5S Filippo Gallinella che aveva parlato di «dieci agenti positivi al test Tbc su 580 sottoposti ad esami, uno dei quali – il poliziotto ternano – avrebbe contratto l’infezione». Numeri e dati che con il passare dei giorni hanno assunto contorni più definiti, anche per voce del Sap che ha ‘corretto il tiro’ rispetto a quanto dichiarato dal sindacato Consap («40 agenti positivi in tutta Italia al test di Mantoux») e poi rilanciato da Beppe Grillo sul suo blog («50 mila poliziotti a rischio»).

Il problema Il segretario nazionale del Sap Gianni Tonelli ha confermato il numero – quaranta – di agenti positivi al test preliminare della ‘tubercolina’, limitando però a tre il numero dei casi conclamati che, come nel caso del poliziotto di Terni, sono stati adeguatamente trattati. Per Tonelli comunque «il problema esiste, visto che i poliziotti sono costantemente in contatto con soggetti tossicodipendenti, alcolisti cronici, psicolabili, immigrati e rischiano di compromettere la propria salute perché, soprattutto per quel che riguarda l’operazione Mare Nostrum, mancano idonee misure di prevenzione e profilassi».

Il sindacato Un punto di vista rilanciato con forza anche da Roberto Fioramonti e Angelo Vittori, rispettivamente segretario regionale (Umbria) e provinciale (Terni) del Sap. Il primo ricorda come sia stato proprio il sindacato a «verificare direttamente le condizioni di lavoro all’interno del centro di prima accoglienza di Pozzallo, distribuendo mascherine agli agenti e toccando con mano una realtà segnata da controlli scarsi e insufficienti. Siamo stati i primi – ricorda – anche a lanciare l’allarme Ebola in una fase in cui il ministero della salute si affrettava a spiegare che mai si sarebbero registrati casi al di fuori dei paesi di provenienza. Un punto di vista, poi, puntualmente smentito».

«Controlli assenti» Fioramonti parla di «controlli insufficienti a fronte degli sbarchi di clandestini (oltre 120 mila nel 2014, fino ad ora, ndR), con medici che salgono da soli a bordo di barconi pieni zeppi di persone, ne visitano quattro o cinque a campione e in base ai risultati dichiarano se possono scendere tutti o meno». Un filtraggio praticamente assente, soprattutto a fronte di malattie che hanno periodi di incubazione piuttosto lunghi.

Terni Concetti condivisi anche da Angelo Vittori (Sap Terni): «Purtroppo il lavoro ci espone a rischi diretti che le poche misure di prevenzione, come le stesse mascherine, non possono eliminare del tutto. In questo la questura di Terni si è dimostrata attenta e collaborativa, ma le misure disposte dal ministero si sono rivelate assolutamente insufficienti». Oltre a chi viene spedito in ‘missione’ nei centri di accoglienza, ci sono tanti agenti che devono sobbarcarsi lunghi viaggi per accompagnare soggetti detenuti o clandestini nelle strutture dove avviene l’identificazione e l’espulsione coattiva. Tragitti in ambienti chiusi e che spesso durano ore.

Il caso «La realtà – spiega Vittori – è che servono specifici presidi sanitari. Come sindacato, due mesi fa ci siamo trovati di fronte a una situazione seria di persone immigrate, giunte nei nostri uffici senza aver effettuato alcuna profilassi medica preventiva. Da lì scaturì un caso di scabbia con il contagio di un parroco che li aveva accolti in Valnerina. Come sindacato ci siamo adoperati direttamente per tamponare il problema, ma poco si può fare quando i controlli all’origine sono praticamente inesistenti».

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