di Massimo Colonna

‘Un giro di vite contro ogni pregiudizio’. E’ il titolo del libretto pubblicato dall’Arci Terni in collaborazione con associazione San Martino, Laboratorio Idea, Arci Solidarietà e il progetto Sprar del ministero dell’Interno, in cui sono stati raccolte le testimonianze dei «richiedenti e titolari di protezione internazionale e umanitaria che hanno attraversato il territorio della provincia di Terni». Lettere, sfoghi e racconti dei viaggi e delle situazioni che hanno portato i migranti dai loro Paesi di origine fino a Terni.

Morire non mi importava «Mi chiamo M.F. sono nato in Gambia il 15 maggio 1997 nella città di Faraba Banta. Mio padre è morto dopo due mesi dalla mia nascita e mia madre si è poi risposata con il fratello di mio papà. Io quindi sono cresciuto sotto la protezione di Y.F., fratello di mio padre. Uno dei miei fratelli è stato arrestato nel 2011, durante le ultime elezioni e, a tutt’oggi, non sappiamo che fine ha fatto. Succede così spesso che le persone vengono arrestate che non fa più notizia e, in ogni caso, c’è una grande censura per cui sui giornali queste notizie non escono. Io sono partito perché ho visto nella mia vita quanti problemi e quanto dolore hanno avuto i miei famigliari con la politica. Volevo avere un altro futuro. Sono partito a febbraio 2014 da Kololi, vicino al mare. Poi sono arrivato in Libia e sono stato due settimane a Sebha, poi a Tripoli. Qui mi hanno preso e mi hanno minacciato con la pistola: per proseguire il viaggio ho dovuto farmi mandare i soldi dal Gambia: mentre parlavo al telefono loro hanno fatto sentire gli spari per intimorirlo. In quel momento ho pensato dentro di me che non ce la facevo più, poteva accadere qualsiasi cosa, anche morire non mi sarebbe importato.  Tutto il viaggio è durato due mesi circa. Durante il viaggio sul gommone la situazione era tremenda, tutti piangevano e io era talmente stanco e intimorito che quasi ridevo pensando: ormai, dopo quello che ho passato, come va va».

Mio padre piangeva «Mi chiamo Y.H.S. sono nato in Egitto dove vivevo con la mia famiglia nella città di Bilbeis. La mia famiglia è composta da papà, mamma e sette figli, uno dei quali della seconda moglie di mio padre (che non viveva con noi). Mio padre ha quattro fratelli e vivono tutti insieme con le rispettive famiglie in due case. In tutto siamo 30-40 persone. Vivevamo in una zona di campagna. Sono andato a scuola a 8 anni, ero bravo, ma non ho continuato a studiare perché i miei zii mi hanno tolto dalla scuola per insegnarmi a lavorare la nostra terra. Nel mio Paese il problema era la presenza dei Fratelli Musulmani, sostenitori di Morsi. I miei genitori hanno preso la decisione di farmi partire. Un giorno mio padre mi ha svegliato e mi ha detto di andare con lui. Mi ricordo che era un venerdì di marzo, mi ha accompagnato fino a Behera, durante questo spostamento mi ha detto che mi avrebbe fatto partire per l’Italia. A Behera siamo stati due giorni, eravamo chiusi in una casetta, non si poteva uscire, si poteva solo aprire la finestra per far entrare l’aria, con due uomini all’esterno armati che controllavano. La domenica sono partito per Alessandria: con papà ci siamo salutati a Behera, lui piangeva tanto mentre io, che ugualmente piangevo, andavo via a bordo di una macchina. Il viaggio è costato 3mila euro. Da saldare una volta arrivato in Italia. Il martedì, credo, siamo partiti per l’Italia. Vicino alla costa libica il barcone ha iniziato ad imbarcare acqua ed è arrivata un’altra barca in soccorso. Se tornassi in Egitto avrei tanti problemi. Mi torturerebbero perché sono fuggito in Italia».

Eravamo in 96 «Mi chiamo R.B. sono nato in Mali a settembre del 1997. Mio padre era del Mali e lavorava con l’esercito, mia madre è del Ghana. (…) Non potevo tornare in Ghana da mia madre perché, mentre le donne sono meno in pericolo, io avrei rischiato di essere ucciso. Sono partito senza che mio padre fosse d’accordo. Quando ero ormai in Italia ho saputo da un mio amico ghanese della morte di mio padre e dei miei due fratelli. Se fossi rimasto con loro sarebbe successa la stessa cosa anche a me e se tornassi ora potrebbe ancora succedermi. Sono partito dal Mali nel 2014, dopo Natale. In autobus ho raggiunto il Niger, qui sono stato un giorno. Dopo ho raggiunto direttamente la Libia, sono stato tre giorni a Tripoli, ho dormito in una macchina. Avevo con me i soldi per il viaggio che ho dato subito prima di partire. Sulla barca eravamo in 96, siamo arrivati in Italia in 6: la braca è affondata in mezzo al mare e ci ha presi in salvo la Marina Militare Italiana. Non posso tornare in Ghana perché sarebbe troppo pericoloso. Rischierei di essere ucciso».

Obiettivo «Si tratta di un libretto – spiega Francesco Camuffo, presidente Arci Terni – con su scritto chi sono questi stranieri. Un’opera che raccoglie alcune storie raccontate alle Commissioni territoriali per la Richiesta di protezione internazionale. In questo momento storico occorrono azioni di promozione del dialogo interculturale, che siano permanenti e non occasionali. Questo è lo scopo di questo nostro progetto. Insomma qui c’è quel che si dice e si chiede all’Italia e all’Occidente quando si scende dal barcone».

Twitter @tulhaidetto

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