di F.T.
Per tutti è «la fine di un incubo». Oltre venti giorni in un carcere serbo ai confini con la Macedonia, non sono roba da poco per chiunque. Soprattutto se nella vita non si ha mai avuto a che fare con cose del genere, lavoro a parte, e se all’origine di tutto c’è una ‘semplice dimenticanza’. Piero Giacomini (57 anni), Stefano Colalelli (50) e il reatino Lorenzo Angeletti (59) – i tre cacciatori reduci dalla brutta avventura nei balcani – hanno trascorso la notte a Belgrado e questa mattina si metteranno finalmente in viaggio alla volta dell’Italia.
«Finito un incubo» Tante le cose da raccontare dopo un’esperienza del genere. Ci prova Stefano Colalelli, raggiunto da Umbria24: «Sì, finalmente siamo tornati liberi e ci hanno riconosciuto completamente innocenti. La cosa più drammatica? Dover stare a 1.700 chilometri da casa, isolati dal mondo e senza poter parlare con nessuno. Eravamo partiti per passare qualche giorno fra amici, sì anche per cacciare ma per noi era soprattutto una vacanza. Che si è trasformata in un incubo per una sciocchezza che si sarebbe potuta risolvere velocemente con una multa, se solo ci fosse stata la volontà o fossimo capitati in una zona diversa della Serbia».
La cella «Noi stavamo in una sorta di caserma della polizia con le celle di sicurezza, peggio del carcere se possibile. Stanze di quattro metri per tre con un armadietto, un tavolo, due panche e due letti a castello. Igiene? Lasciamo perdere. I miei ‘compagni’ di cella erano tutto fuorché raccomandabili visti i reati che avevano commesso (omicidio, spaccio, violenze su minori, ndR), ma devo dire che da loro ho avuto rispetto e comprensione. Quando sono arrivato non avevo nulla se non i miei vestiti, uno spazzolino e il necessario per farmi la barba e loro mi hanno dato un paio di ciabatte, un asciugamano. Sì, ho trovato umanità in carcere».
«Grazie» «In questi giorni l’ambasciata italiana e il Console di stanza a Belgrado hanno seguito il nostro caso direttamente e hanno fatto tutto il possibile giungere a una soluzione positiva. Un grazie va a loro e al pool di avvocati di Belgrado che ci ha seguiti con grande professionalità. Mi sento di ringraziare anche la questura di Terni, in particolare il dirigente della squadra Mobile Francesco Petitti, il cui intervento è stato decisivo per dimostrare che eravamo pienamente in regola e che avevamo tutta la documentazione necessaria. Ora torniamo dai nostri cari che hanno sofferto come e più di noi».
