di F. T.
L’arresto era scattato poco più di un anno fa al culmine di un’indagine particolarmente delicata, basata anche su decine di filmati apparsi sin da subito «inequivocabili» agli occhi degli inquirenti. Un lavoro complesso, condotto dai carabinieri della compagnia di Amelia, coordinati dal capitano Michele Basilio.
L’indagine I militari, partendo da una segnalazione confidenziale raccolta da un brigadiere del comando stazione di Lugnano in Teverina, erano riusciti a fare luce su tutta una serie di maltrattamenti fisici e verbali, inflitti da due attempati coniugi residenti a Guardea – 65 anni lui e 50 lei – ai figli naturali dell’uomo, due gemellini di neppure tre anni di età.
La sentenza nei confronti della coppia è arrivata lo scorso 5 novembre con le modalità del giudizio abbreviato, come chiesto dai legali difensori dei due imputati. Il gip Simona Tordelli li ha condannati rispettivamente a tre anni e quattro mesi (l’uomo) e due anni e otto mesi di reclusione.
Risarcimento Per entrambi è stata disposta la sospensione della potestà genitoriale. Ingenti anche le provvisionali stabilite dal giudice a titolo di risarcimento, parziale, per i danni psico-fisici subiti dai due piccoli: moglie e marito, il primo originario del Lazio e la seconda della Sicilia, dovranno versare 50 mila euro ciascuno, in attesa che l’iter venga completato anche in sede civile.
Le accuse Secondo l’accusa, rappresentata dal sostituto procuratore Elisabetta Massini, i due hanno maltratto più volte i bimbi «con violenti schiaffi, anche in testa, tirando loro i capelli, legandoli al seggiolone per le scapole e facendoli rimanere in queste condizioni per lunghi intervalli di tempo, lasciandoli piangere per periodi estremamente lunghi senza rivolgere loro alcuna attenzione». Le stesse parole usate per sgridarli, non sarebbero state più tenere delle botte – «non rompere il cazzo», «stronzi», «deficienti» -, tanto da provocare nei piccoli un ritardo nel linguaggio, anaffettività e inibizione.
Il dubbio In seguito all’arresto, avvenuto lo scorso anno ad ottobre, erano emersi forti dubbi da parte degli inquirenti sulla reale paternità e maternità dei due gemellini, nati a Kiev e registrati all’anagrafe di un comune del viterbese. I successivi test del dna avevano svelato come i bimbi fossero figli del padre ma non della madre: la coppia – in là con l’età – si era recata in una clinica ucraina dove l’uomo aveva donato il seme ad una madre ‘surrogata’.
