di F.T.
Al tempo dell’arresto da parte della polizia di Terni, la vicenda suscitò una certa impressione nell’opinione pubblica, tanto da spingere una parlamentare del Pdl a formulare un’interrogazione scritta al ministro dell’Interno per capire come fosse stato possibile concedere la cittadinanza italiana ad un soggetto del genere.
La storia risale al 2009: in seguito all’indagine condotta dalla squadra mobile, in carcere c’era finito un ambulante marocchino residente a San Gemini, accusato di aver ridotto in schiavitù la moglie, di trent’anni più giovane e costretta a vivere in casa senza neanche poter aprire le finestre, e di aver maltrattato a più riprese i tre figli piccoli, rifiutando di sottoporli alle cure di cui avevano bisogno e imponendo una vita di miserie, fatta di contatti rari con il mondo esterno e gli altri bambini.
Costretti in casa Secondo l’accusa, i disturbi accusati dai tre bimbi – due maschietti e una femminuccia che all’epoca dei fatti avevano fra i 5 e i 7 anni – erano causati dalla sostanziale mancanza di contatti con il mondo esterno. Così il mutismo elettivo e l’epilessia della piccola e la grave ipocalcemia di uno dei due maschietti – ricoverato ad appena 5 mesi – per gli inquirenti erano il prodotto del clima di reclusione imposto dal padre-padrone, che per l’inverno si era addirittura rifiutato di installare il riscaldamento, ‘concedendo’ alla famiglia solo una misera stufetta elettrica. Ad accorgersi che qualcosa non andava nei tre bimbi erano stati anche gli insegnanti e gli operatori del Sim infanzia che avevano notato le rare presenze a scuola, con i piccoli apparsi quasi sempre impauriti e taciturni. Spaesati.
La sentenza A distanza di oltre cinque anni dall’arresto, martedì mattina davanti al tribunale di Terni si è concluso il processo che lo vedeva imputato. L’uomo, che oggi ha 70 anni ed è tornato a vivere in Marocco insieme ai familiari, è stato condannato ad un anno e quattro mesi di reclusione per maltrattamenti in famiglia. Il collegio giudicante ha accolto la richiesta formulata in aula dal pm Raffaele Iannella, assolvendolo però dall’accusa più grave: quella di riduzione in schiavitù. Un aspetto questo accolto con favore dal legale difensore dell’imputato, l’avvocato Francesco Mattiangeli.
