A una settimana di distanza dalla morte in carcere del giovane Michele Massaro, l’Associazione Ora d’Aria, che ha continuato a svolgere la propria attività nonostante la situazione drammatica ma anche in forza della stessa, riflette e si interroga sulle possibilità di intercettare i bisogni e gli stati d’animo di una popolazione carceraria in esubero che si contraddistingue per differenze etniche, culturali, umane.

Doverosa una presenza attiva «Siamo consapevoli dell’impossibilità di controllare e prevedere gli effetti estremi della disperazione che caratterizza la vita di chi vive il carcere – affermano Silvia Rondoni ed Eleonora Gorbi – ma allo stesso tempo riconosciamo doveroso da parte nostra, e da parte di tutte le istituzioni chiamate in causa, garantire una presenza attiva, che non si basi solo sui dati statistici e sulle percentuali, ma che si traduca in azioni ed interventi sociali, culturali, volti non solo al contenimento del disagio ma anche al futuro reinserimento. Reinserimento – concludono dall’associazione – che troppo spesso (già siamo al sesto  suicidio dall’inzio dell’anno) appare ai detenuti una meta non raggiungibile e vissuta con estrema solitudine e abbandono».

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