Da sinistra AntonioCarile, Letizia Ermini Pani, Enrico Menestò e Tullio Gregory

di C.F.
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La prossima settimana davanti al gup si discuterà la richiesta di rinvio a giudizio formulata a suo carico dalla procura della Repubblica che ipotizza appropriazione indebita, violenza privata e minacce. E lui, Enrico Menestò, presidente del Centro studi sull’alto medioevo (Cisam), martedì mattina ha voluto incontrare la stampa per spiegare che tutta la vicenda, detonata a seguito della denuncia presentata da un dipendente, altro non è che «un attacco populistico e demagogico che provoca un grave danno d’immagine alla struttura».

I quadri del Comune Nel mirino dei magistrati, dopo la querela, sono finite alcune opere d’arte di proprietà del Comune di cui, secondo l’accusa, il presidente Menestò si sarebbe appropriato indebitamente. Una contestazione, questa, che il diretto interessato respinge, spiegando di aver preso quei quadri solo per «restaurarli, tant’è – aggiunge – che ho rilasciato apposita ricevuta». Le opere, comunque, sono tornate al proprio posto, vale a dire nelle disponibilità dell’Ente che le ha censite.

Rimborsi chilometrici Oltre ai quadri, però, la procura contesta anche una serie di rimborsi chilometrici richiesti da Menestò e puntualmente erogati dal Cisam. Il pm Federica Albano, che ha coordinato le indagini, non ha proceduto alla quantificazione delle somme in questione, pur indicando dettagliatamente episodi relativi a spostamenti sul territorio regionale, che non sarebbero rimborsabili per statuto. «Il controllo amministrativo contabile sulla gestione dell’Ente – ha spiegato la vicepresidente Letizia Ermini Pani – è esercitato esclusivamente dal Collegio dei revisori, mentre un ulteriore controllo spetta al ministero e Corte dei conti, dunque, è profondamente sbagliato lasciar credere che il presidente possa aver gestito o possa gestire direttamente il denaro della Fondazione».

Parola al gip Respingendo le accusa di violenza privata e minacce, Menestò tira direttamente in ballo il dipendente che ha sporto denuncia, affermando: «Non voglio replicare ad accuse infamanti, del tutto infondate e dettate esclusivamente da interessi personali, né tanto meno esplicitare quelle che sembrano essere le vere e poco nobili ragioni della denuncia». Anche perché l’ultima parola spetta all’autorità giudiziaria che la pronuncerà tra qualche giorno.