Il giornalista Mino Pecorelli

«I quattro proiettili che il 20 marzo 1979 uccisero a Roma il giornalista Mino Pecorelli, depositati nel magazzino dei corpi di reato del Tribunale di Perugia, non ci sono più». Inizia così lo scoop del Messaggero, che getta nuove ombre sulla vicenda per la quale fu processato Giulio Andreotti insieme al magistrato Claudio Vitalone, Gaetano Badalamenti, Giuseppe Calò, Massimo Carminati e Michelangelo La Barbera (tutti assolti al termine dei processi).

Nuova indagine Oggi i proiettili sono stati richiesti a seguito di una nuova indagine a Roma, coordinata dal procuratore aggiunto Francesco Caporale, su istanza della sorella di Pecorelli, Rosita, assistita dall’avvocato perugino Walter Biscotti, in cui si chiedono nuovi accertamenti balistici su alcune armi che furono sequestrate a Monza nel 1995 ad un ex esponente di Avanguardia Nazionale.

Confronto impossibile Secondo quanto riporta il Messaggero, i proiettili sono introvabili da parte degli agenti della Digos che li cercherebbero da mesi. Le pallottole “Gevelot” calibro 7,65 sono arrivate a Perugia negli anni ’90 con il trasferimento del fascicolo sull’omicidio Pecorelli. Ora si vorrebbero confrontare con l’arma sequestrata in Lombardia. Alcuni soggetti militanti nell’estrema destra avrebbero rivelato il collegamento dell’arma col delitto Pecorelli. Circostanza smentita peraltro dai protagonisti, ma un confronto potrebbe dare una risposta definitiva alla vicenda.

Biscotti: «Confronto è possibile» Ma da quanto riporta l’AdnKronos, anche la pistola Beretta calibro 7.65 silenziata non c’è più, in quanto è stata distrutta nel 2013 (come attesta un verbale recuperato a Milano). Solo che, secondo l’avvocato Biscotti afferma che «se è vero che l’arma è stata distrutta, è anche vero che sono state effettuate prove da sparo. Esiste un’ampia documentazione. Anche i proiettili furono fotografati e quindi è possibile effettuare una comparazione con le foto dell’arma».

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