La Procura regionale della Corte dei conti ha chiesto una condanna al pagamento di 1.012,96 euro nei confronti dell’ex funzionaria contabile della casa circondariale di Terni, per un presunto danno da disservizio dovuto alla mancata presentazione del rendiconto dei beni dello Stato per l’anno 2021 e ai ritardi nel controllo dei materiali d’inventario.
La vicenda Il caso, discusso mercoledì di fronte alla Sezione giurisdizionale presieduta da Giuseppe De Rosa, trae origine dal ruolo di consegnataria dei beni dell’istituto penitenziario, assunto dalla dipendente alla fine del 2020. Al momento del passaggio formale delle consegne, ad aprile dell’anno successivo, l’impiegata ha accettato l’incarico con riserva, chiedendo una verifica straordinaria di tutti i materiali presenti nella struttura entro cinque mesi complessivi. Pur essendo stato istituito un apposito gruppo di lavoro composto da otto persone per agevolare le operazioni, a fine novembre 2021 la donna ha spiegato di non poter sciogliere la riserva per l’assenza di adeguate condizioni di verifica.
I conti non tornano Nel marzo del 2022, la dipendente ha infine presentato un documento di sintesi patrimoniale che la direzione del carcere ha considerato palesemente errato, in quanto privo dei nuovi acquisti effettuati nel corso del 2021 e contenente cancellazioni di beni dai registri senza la necessaria autorizzazione. In seguito a queste criticità, la funzionaria è stata sollevata dall’incarico e, a quel punto, la direzione ha affidato a un altro dipendente dell’area contabile il compito di verificare la situazione e chiudere la contabilità rimasta in sospeso. Il nuovo incaricato ha completato e trasmesso il rendiconto a giugno 2022, ma la Ragioneria territoriale dello Stato ha negato il visto di regolarità sollevando forti riserve sulla procedura adottata dal direttore per la sostituzione della contabile, ritenendola non conforme alle regole e priva dei necessari verbali di passaggio delle consegne.
L’udienza La richiesta di risarcimento avanzata dalla Procura corrisponde al costo delle 52 ore di lavoro straordinario svolte dal collega per rimediare alle presunte inadempienze contestate. Secondo l’accusa, il comportamento dell’ex consegnataria configura una colpa grave, in quanto avrebbe dovuto rispettare le scadenze e utilizzare l’apposito applicativo informatico fornito dall’amministrazione. Durante l’udienza, il sostituto procuratore Francesco Magno ha evidenziato che «non esiste norma primaria che obblighi alla nomina di una commissione per il rinnovo degli inventari; la funzionaria avrebbe dovuto usare gli strumenti informatici per concludere il lavoro nei tempi». L’accusa ritiene che l’impiegata abbia svolto attività non necessarie risalendo a verifiche di molti anni prima, provocando un ingiustificato allungamento dei tempi.
La difesa A difendere la donna è l’avvocata Romina Pitoni che, in aula, ha respinto gli addebiti, sostenendo che la contabile ha agito con prudenza e correttezza per garantire la veridicità dei conti, rifiutando di sottoscrivere documenti imprecisi per non farsi carico di mancanze del passato. La legale ha sottolineato che la stessa Ragioneria dello Stato ha bocciato il lavoro del sostituto a causa delle irregolarità procedurali dell’amministrazione. La difesa ha inoltre depositato oltre venti documenti, tra segnalazioni e solleciti, inviati nel tempo dalla dipendente per documentare le costanti difficoltà operative e l’assenza di supporto organizzativo. La sentenza, dopo che la difesa ha rifiutato una proposta di definizione agevolata che prevedeva il pagamento di 700 euro, arriverà nelle prossime settimane.
