di Chiara Fabrizi
Un tesoro etrusco del valore orientativo di 8 milioni di euro è stato recuperato a Città della Pieve. Si tratta di due sarcofagi, uno dei quali con scheletro, otto urne e ricchi corredi funerari risalenti al III secolo ac, che per gli inquirenti sono stati scoperti nell’ambito di scavi illegali. Un preliminare studio scientifico ha permesso di stabilire che i beni siano tutti riconducibili a un unico contesto funerario, ovvero alla tomba dei Pulfna, un’importante famiglia del luogo.
Nei guai sono finiti due soggetti della zona, che ora devono difendersi dall’accusa di furto e ricettazione di beni culturali. Le indagini coordinate dal procuratore capo Raffaele Cantone sono iniziate l’aprile scorso quando si è avuta notizia di un potenziale scavo abusivo tra Chiusi (Siena) e Città della Pieve (Perugia) attraverso una serie di immagini di numerose urne cinerarie che circolavano in quelle settimane sul mercato illecito dell’arte.






Quelle fotografie sono state quindi sottoposte ad accertamenti scientifici, a cui ha partecipato personale dell’Università di Tor Vergata e della Soprintendenza archeologica dell’Umbria. L’esame degli esperti ha permesso, prima, di stabilire che quei reperti era affiorati da una necropoli e, poi, di ricondurli ad altri scoperti nel 2015 a Città della Pieve, quando un contadino durante l’aratura aveva scoperto un ipogeo etrusco.
L’analisi scientifica ha quindi fornito importanti elementi agli investigatori, che hanno quindi concentrato le indagini nella zona di Città della Pieve, nel tentativo di accertare se altri ipogei fossero stati casualmente o abusivamente scoperti. Contestualmente è stata fatta una scrematura dei soggetti che in zona disponessero di attrezzature e mezzi in grado di movimentare la terra e trasportare la gran quantità di reperti, anche di grandi dimensioni, comparsa solo in fotografia nel mercato clandestino di beni culturali.
Il cerchio è quindi stato stretto sui due tombaroli denunciati, che sono stati intercettati e pedinati anche impiegando un drone. Le indagini alla fine hanno permesso di localizzare un’area nella quale c’era la convinzione fossero custoditi i sequestri. Da qui il blitz autorizzato dalla Procura di Perugia che ha confermato l’articolata ricostruzione investigativa, permesso di recuperare i tesori etruschi ricercati e pure di individuare l’area di scavo.
In particolare, i sigilli sono scattati su otto urne in travertino bianco umbro, in parte decorate ad altorilievi con scene di battaglie, di caccia e con fregi. Alcune conservano pigmenti policromi e rivestimenti a foglia d’oro, altre hanno la raffigurazione del mito di Achille e Troilo. Molto ricco il corredo funebre, composto anche da quattro specchi in bronzo, uno dei quali con l’antica divinizzazione di Roma e della lupa che allatta soltanto Romolo, un balsamario contenente ancora tracce organiche del profumo utilizzato in antichità, un pettine in osso, situle e oinochoe in bronzo, comunemente utilizzati dalle donne etrusche durante banchetti e simposi.
L’operazione di recupero delle odierne urne è considerata dagli esperti uno dei più importanti recuperi di manufatti etruschi mai realizzato durante un’azione investigativa. La circostanza, altresì, che le opere sequestrate siano riferibili a un unico ipogeo rendono particolarmente rilevante il valore archeologico, artistico e storico del recupero stesso.
