La notte della follia. Quella che ha segnato profondamente Perugia e quella da cui è iniziato il contrattacco delle forze dell’ordine. Tanti ricordano la sera dell’8 maggio 2012 quando bande di albanesi e tunisini misero a ferro e fuoco corso Vannucci e strade limitrofe. I nordafricani furono presi quasi subito (è in corso il processo). Ora, dopo quasi tre anni, anche gli ulrimi albanesi che sfuggirono alla cattura tre anni fa, sono stati arrestati.
Latitanti Si tratta di due albanesi, entrambi fanno di cognome Salkurti, ed entrambi sono accusati di tentato omicidio. I due, dalla notte di follia di maggio 2012, non erano mai tornati a Perugia e avevano passato la loro latitanza tra l’Italia e l’Albania. Adesso, nel corso di un’attività contro la droga, del reparto operativo di Perugia, i carabinieri del tenente colonnello Pierugo Todini li hanno individuati in una casa di Castel del Piano. Il primo è stato arrestato e portato in caserma e il secondo poi è stato bloccato all’interno dell’abitazione in cui i carabinieri hanno fatto irruzione. I due non sono mai stati arrestati in questi tre anni perché hanno sempre viaggiato con documenti falsi e numerosissimi alias.
Le conversazioni Gli altri due albanesi invece erano stati arrestati nell’immediatezza dei fatti – anche se ormai sono già tornati entrambi in libertà – e contro di loro la magistratura perugina aveva emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere in cui erano riportate alcune conversazioni che li inchiodavano. «Quell’immondizia probabilmente è morto», diceva Salkurti Ridjan, l’albanese 27enne arrestato a Trieste il 26 maggio del 2012 mentre tentava di lasciare l’Italia.
Le chiamate Lo diceva alla sua compagna a cui spiegava anche che «devo andare perché qui è successo qualcosa ieri sera». «Tu hai fatto qualcosa di male» gli dice lei. «Te lo dico da vicino, non parliamo al telefono» rispondeva lui. Ma al telefono invece, con la fidanzata e con altre persone, Ridjan parlava. In molti, nei giorni successivi all’accoltellamento del tunisino gli consigliano di scappare, o di «rientrare». Come hanno fatto gli altri prima di lui. «Stanno rientrando a casa» gli diceva infatti un connazionale in una telefonata dell’11 maggio.
Il regolamento Nell’ordinanza il gip aveva ricostruito quanto accaduto quella sera in cui l’aggressione al tunisino scatenò una violenta reazione dei suoi connazionali che devastarono il centro storico di Perugia in cerca degli albanesi. «Il delitto – scriveva Avenoso – è maturato nel contesto di un regolamento di conti tra contrapposti gruppi di magrebini e albanesi per il controllo di alcune zone dello spaccio nel centro di Perugia».
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IL TERRORE DI QUELLA SERA. IL VIDEO
Notte di follia La ricostruzione delle forze dell’ordine è che il panico in centro fu causato dai tunisini, arrabbiati perché alcuni albanesi avevano aggredito un loro connazionale. E allora iniziarono a spaccare vetrine e suppellettili con spranghe, a lanciare bottiglie anche verso le forze dell’ordine. Attimi di panico tra la gente che passeggiava in centro. Ma quella ‘rivolta’ nel salotto buono della città innescò anche il meccanismo di reazione che ha portato all’istituzione del reparto prevenzione crimine e di un posto fisso di polizia nell’Acropoli. Una reazione che, sabato, ha portato il sottosegretario Gianpiero Bocci a dire che Perugia è oggi più sicura.
