di Chiara Fabrizi
In quattro rinviati a giudizio per pesanti violazioni ambientali e frode in relazione ai lavori di bonifica del fiume Clitunno, interessato dalla fuoriuscita di sostanze oleose, a seguito del disastro della Umbria Olii, avvenuto nel 2006. Il gup Francesco Salerno ha ordinato il processo a carico di Candia Marcucci, direttore della Bonificazione umbra, i tecnici dello stesso consorzio Fabrizio Ceccarelli e Marco Cittadini, tutti assistiti dagli avvocati Chiara Peparello e David Brunelli. Rinviato a giudizio anche Domenico Visco, amministratore unico dell’impresa che si era aggiudicata l’appalto, difeso dagli avvocati Roberta Ranieri e Davide Farina. Dalle indagini coordinate dal Nucleo operativo ecologico dei carabinieri, diretto dal maggiore Francesco Motta, sono emerse a carico degli imputati «illecite attività di gestione, in particolare di raccolta e trasporto non autorizzata di rifiuti pericolosi» tra il 2013 e il 2015.
Quattro a processo per la bonifica del Clitunno Quello che si aprirà il 22 maggio di fronte al collegio penale del tribunale di Spoleto sarà soprattutto un processo ambientale. Corpose le contestazioni formulate dal procuratore capo Alessandro Cannevale e dal pm Patrizia Mattei, che comprendono «l’omissione di prescrizioni nel progetto esecutivo dei lavori, che non prendeva in minima considerazione l’analisi dei rifiuti presenti nei limi e nei sedimenti oggetto rimozione, così da escluderne la pericolosità anche in vista del loro reimpiego»: con un migliaio di metri cubi, ha ricostruito la procura, sono stati innalzati gli argini del Clitunno e realizzata una pista di servizio in località Ponte San Pietro. Nel mirino dei carabinieri del Noe anche «l’abusivo e incontrollato deposito di rifiuti pericolosi e non pericolosi, estratti dal bacino fluviale, riconducibili principalmente a plastica e imballaggi, e stoccati nell’area di cantiere per una durata e una quantità illecita». Il deposito era stato anche al centro di un esposto presentato nel 2015 dal M5s e allegato agli atti di inchiesta con oltre 100 foto e diverse mappe.
Frode e falso Alle accuse ambientali si somma quella di frode in fornitura pubblica, legata alla richiesta «alla Regione Umbria dell’utilizzo di economie di gara (circa 30 mila euro di ribassi d’asta, ndr) per analisi, smaltimento di rifiuti e ripulitura del corso d’acqua, attraverso condotte atte a far apparire tali costi come non prevedibili e a conseguire gli ulteriori finanziamenti». Di fronte al collegio penale i due tecnici della Bonifica e l’imprenditore dovranno anche rispondere per il «falso registro di contabilità, compilato solo successivamente alla richiesta di acquisizione del Noe». Anomalie sono poi state riscontrate su un certificato di pagamento da 110 mila euro, «che eccedeva l’importo massimo stabilito dal capitolato d’appalto» per circa 38 mila euro, somme che per la procura la Bonifica ha pagato in anticipo alla ditta, a cui comunque sarebbero spettate.
Parti offese Comuni, Regione e ministero L’accusa, rappresentata in aula dal pm Patrizia Mattei, ha anche individuato come parti offese nel procedimento i Comuni di Campello sul Clitunno e Trevi, la Regione Umbria e il ministero dell’Ambiente. Al momento non risulta che gli enti e lo Stato si siano costituiti parte civile, ma potranno comunque dare mandato ai propri legali di farlo in vista del 22 maggio, quando di fronte al collegio penale del tribunale di Spoleto si aprirà il processo a carico dei quattro. A farlo sarà di certo l’avvocato Valeria Passari, che assiste il Wwf.
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