La Corte dei conti dell'Umbria

di Daniele Bovi

Un solo numero – un 8 al posto di un 9 – in grado però di fare una differenza enorme. La Procura della Corte dei conti dell’Umbria ha chiesto la condanna a un risarcimento di quasi 30 mila euro a due dipendenti dell’ospedale di Terni per lo scambio tra due vetrini istologici che ha provocato una diagnosi in ritardo a un paziente e, a un altro, una non necessaria asportazione della prostata. I fatti sono avvenuti nel 2015 e il caso è stato affrontato mercoledì dalla Sezione giurisdizionale della magistratura contabile, presieduta da Giuseppe De Rosa.

I fatti Secondo la ricostruzione dei fatti lo scambio avviene nel gennaio 2015, quando due pazienti vengono sottoposti ad agobiopsia prostatica. I materiali, identificati da numeri molto simili, 678/15 e 679/15, vengono lavorati e poi consegnati ai medici per la refertazione. In questa fase avviene lo scambio: i vetrini di un paziente finiscono associati alla documentazione dell’altro. A fine mese arrivano i referti, ma con diagnosi invertite. A un paziente viene attribuita una patologia meno grave di quella reale, mentre a un altro viene diagnosticato un tumore che non aveva. Quest’ultimo viene sottoposto, alcuni mesi dopo, a un intervento di rimozione completa della prostata, rivelatosi inutile. L’errore emerge solo in seguito, quando l’analisi dell’organo asportato non conferma la presenza del tumore e un successivo riesame dei vetrini porta alla scoperta dello scambio.

Diagnosi in ritardo La vicenda ha avuto conseguenze ovviamente anche per l’altro paziente, che ha ricevuto una diagnosi corretta solo in ritardo e ha sviluppato un danno psichico stimato nell’8 per cento. Dopo una causa civile, l’Azienda ospedaliera di Terni è stata condannata a risarcirlo con una somma complessiva di 26.745 euro. Da qui l’azione della Procura contabile, che chiede che quella cifra venga restituita dalle due professioniste ritenute responsabili, una dottoressa e una coordinatrice tecnica.

L’udienza Nel corso dell’udienza, il pubblico ministero Francesco Magno ha sostenuto la tesi della colpa grave, definendo quanto accaduto una «macroscopica violazione delle regole di condotta» e sottolineando che, nonostante la somiglianza dei numeri, «sono nettamente distinti». Secondo la Procura, sia la fase tecnica sia quella medica presentano profili di responsabilità: da un lato la mancata verifica nella consegna dei materiali, dall’altro il controllo ritenuto insufficiente al momento della diagnosi. Magno ha poi ribadito che il medico ha un «dovere di protezione» verso il paziente che impone la massima attenzione, anche in presenza di eventuali carenze organizzative. La Procura ha respinto anche il richiamo alla recente riforma della responsabilità amministrativa, sostenendo che le nuove norme non escludono il caso in esame e che, in ogni caso, le ipotesi previste non sono da considerarsi chiuse. Da qui la richiesta di condanna al risarcimento dell’intero danno, suddiviso in parti uguali tra le due convenute.

Le difese L’avvocata della dottoressa Lancia ha sostenuto che lo scambio dei vetrini sarebbe avvenuto prima che il materiale arrivasse al medico, evidenziando le criticità del sistema in uso all’epoca. In aula si è parlato di «medioevo tecnologico» per descrivere un contesto in cui l’identificazione dei campioni avveniva solo tramite numeri minuscoli (meno di un millimetro) stampati sui vetrini, senza l’ausilio di codici a barre, presenti invece solo sui fogli di lavoro. Secondo la difesa, l’errore sarebbe stato «percettivo», favorito dalla somiglianza tra le cifre e dall’analisi consecutiva di casi identici, senza elementi che potessero segnalare un’anomalia.

L’organizzazione La difesa della coordinatrice tecnica ha invece puntato sulle modalità organizzative del reparto, sostenendo che i vetrini venivano lasciati per ore, se non giorni, in una stanza accessibile a più persone. In questo arco di tempo, è stato spiegato, lo scambio potrebbe essere avvenuto accidentalmente, senza un diretto coinvolgimento della dipendente. L’ultima verifica sulla corrispondenza dei campioni poi, ha spiegato la legale in aula, spettava comunque al medico al momento della refertazione. Entrambe le difese hanno chiesto il rigetto della domanda della Procura e, in subordine, una riduzione dell’eventuale addebito, richiamando anche l’assenza di precedenti in carriere professionali lunghe decenni e le criticità organizzative dell’ospedale all’epoca dei fatti. La sentenza arriverà nelle prossime settimane.

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