di Francesca Marruco
Per il medico legale Walter Patumi la possibilità che il colpo che uccise Alessandro Polizzi sia partito dalla pistola impugnata dalla stessa vittima, durante una presunta colluttazione avuta con l’aggressore Riccardo Menenti, è «assolutamente inverosimile». E questo perché, se davvero come dice l’imputato, l’arma fosse stata in mano a Polizzi, e nella colluttazione fosse partito un colpo accidentale, Alessandro Polizzi avrebbe dovuto avere qualche frattura al braccio destro. Infatti, essendo lui destro, se davvero avesse impugnato lui l’arma, per riuscire a spararsi nel cavo ascellare destro avrebbe dovuto attuare una torsione innaturale, che avrebbe per forza di cose dovuto produrre una frattura. Senza contare che, con un colpo eventualmente sparato in quel modo il tramite sarebbe stato diverso. Invece il proiettile che ha ucciso Alessandro, lo ha trapassato da parte a parte, quasi orizzontalmente, ha mancato il cuore ma gli ha provocato un’emorragia massiva che lo ha ucciso in pochi minuti.
Impossibile pistola in mano ad Alessandro In quei pochi minuti però Alessandro è riuscito a colpire il suo aggressore. Tanto che Menenti in fronte aveva una ferita lacerocontusa che molto probabilmente è stata causata dal cane della pistola. Il medico legale Patumi, guidato dalle domande dell’avvocato Donatella Donati, ha quindi messo dei paletti solidi smontando di nuovo, come già fatto dalla dottoressa Laura Paglicci Reattelli, la versione della dinamica data da Riccardo Menenti. «Se Polizzi avesse impugnato la pistola con la mano destra come dice Menenti, era possibile procurare una tale ferita sulla parte destra della fronte di Menenti?». «Se la pistola fosse stata in mano alla vittima – ha risposto Patumi – la ferita avrebbe dovuto essere in faccia alla vittima. Perché il cane della pistola, quando uno impugna l’arma è rivolto verso il volto. Quindi l’unico modo in cui il cane può averlo colpito, è che la pistola l’avesse in mano lui e Alessandro abbia spinto indietro il braccio».
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Ferite post mortem Walter Patumi ha poi tagliato la testa al toro anche dicendo che « la mancanza di impronte digitali sulla pistola toglie ogni dubbio su chi la impugnasse: Menenti aveva i guanti e Alessandro ovviamente no». Un passaggio in aula è stato fatto anche sulle ferite inferte sulla testa di Alessandro, quelle di cui Menenti disse: «Quando Alessandro si è accasciato mi sono sentito toccare la parte bassa gambe e allora d’istinto ho dato tre – quattro colpi così, colpendo la ragazza e il ragazzo. Ma non li ho mai portati con estrema violenza per fare danni». E invece, foto scioccanti proietatte in aula con i genitori di Polizzi, hanno dimostrato che i tagli che il provero Alex aveva in testa, prima di tutto non erano tre o quattro, ma almeno 15, e poi sono stati inferti «con una intensità lesiva importante e significativa». Infine il medico legale ha specificato che le ferite di Alessandro erano esangui – come si è potuto chiaramente vedere dalle foto – e questo vuol dire solo una cosa: che sono state inferte in epoca coeva alla morte, o addirittura post mortem. E dunque non quando, secondo la versione di Menenti, Alessandro lo avrebbe colpito alle gambe. Ma quando ormai era morto e incapace di difendersi. Si torna in aula lunedì prossimo, con i primi testimoni delle difese.
