di Enzo Beretta
«La condotta dei sanitari ematologi che ebbero in cura il giovane Alex Mazzoni risulta esente da criticità sia nel corso dell’iter diagnostico che terapeutico della patologia di base che delle complicanze. Non si ravvisano profili di imperizia, imprudenza o negligenza nel corso del travagliato percorso clinico del paziente, affetto da patologia tumorale maligna con fattori prognostici negativi e portatore anche di malformazione congenita vascolare intestinale pre-esistente e misconosciute sino all’episodio terminale». Sono queste le conclusioni alle quali sono giunti i periti del giudice di Perugia incaricati di fare piena luce sulla morte del diciassettenne Alex Mazzoni, deceduto l’11 marzo 2020 all’ospedale di Perugia dopo alcuni cicli di chemioterapia.
L’indagine La relazione, di 144 pagine, è stata depositata in queste ore alla cancelleria del giudice per le indagini preliminari di Perugia dal medico legale Beatrice Defraia, dall’ematologo Alberto Bosi e dal chirurgo Paolo Fabbrucci incaricati di spiegare se la morte dello studente era collegata all’operato dei medici che lo ebbero in cura. Otto quelli del Santa Maria della Misericordia che risultano indagati per omicidio colposo, gli stessi professionisti per i quali nel marzo 2021 era stata avanzata richiesta di archiviazione prima che la famiglia del giovane tornasse alla carica chiedendo la riapertura del caso.
Sanguinamento Ricostruiscono i professionisti, che verranno sentiti in aula il prossimo 18 dicembre: «Dinanzi al perdurare del sanguinamento ed all’aggravamento delle condizioni generali del paziente, nonostante le idonee terapie di supporto messe in atto, i sanitari sempre soppesando il rapporto rischio beneficio di un eventuale intervento di chirurgia addominale maggiore, gravato da un elevatissimo tasso di mortalità in particolare per l’assetto emocoagulativo, adottarono la strategia terapeutica meno invasiva e potenzialmente risolutiva ossia l’embolizzazione del ramo arterioso sanguinante, che nell’immediato apparve risolutiva, salvo poi comparire improvvisamente a ematemesi e rettorragia massiva che lo condussero rapidamente al decesso».
Chemioterapie Secondo gli esperti «non è possibile stabilire con certezza se la causa dell’emorragia letale del giovane Mazzoni siano state le ulcere chemioindotte, l’angiodisplasia o entrambe. Non è comunque possibile asserire, sulla base delle evidenze scientifiche analizzate, che i sanitari dovessero adottare delle strategie terapeutiche diverse rispetto a quelle messe in atto e che quindi un dilazionamento della chemioterapia, ovvero una diversa strategia terapeutica, avrebbe con certezza evitato il decesso di Alex. In altre parole ribadendo che non si sono ravvisati difetti di condotta dei sanitari ematologi intervenuti e che sussistono rilevanti dubbi circa l’eziopatogenesi univoca del sanguinamento che ha determinato l’evento morte – si legge ancora nella relazione – non è possibile asserire al di là di ogni ragionevole dubbio che una condotta diversa avrebbe scongiurato l’exitus del paziente e che quest’ultimo sia certamente riconducibile alla chemioterapia».
«Condotta corretta» «La condotta dei sanitari fu corretta e aderente alle linee guida dell’epoca dei fatti sia in tema di trattamento della patologia di base che in tema di diagnosi e trattamento delle principali complicanze (emorragia del tratto gastrointestinale) poiché dinanzi alla comparsa del sanguinamento adeguatamente ritardarono il trattamento chemioterapico, mandatorio per la guarigione della leucemia, e lo ripresero solo dinanzi alla evidenza clinica ed endoscopica di un processo di guarigione in atto (fibrina sulle lesioni ulcerative)».
Le angiodisplasie Proseguono Defraia, Bosi e Fabbrucci: «Dinanzi alla ripresa del sanguinamento, effettuarono Tc addome ed esame arteriografico e solo con quest’ultimo venne evidenziata l’altra probabile fonte di sanguinamento ossia le angiodisplasie, di cui era già portatore il ragazzo, diffuse in tutto il tratto gastrointestinale». Nella relazione viene detto che «la gestione del sanguinamento da parte degli altri specialisti intervenuti come consulenti sia stata corretta sia nei tempi che nelle modalità, poiché a fronte di un’emorragia gastrointestinale massiva di complessa gestione con paziente gravemente debilitato a causa della malattia di base e dei trattamenti l’approccio chirurgico caratterizzato da una emicolectomia ovvero una colectomia totale avrebbe comportato un rilevante rischio morte sul tavolo operatorio mentre il trattamento con embolizzazione del ramo arterioso risultato sanguinante all’atto degli esami diagnostici avrebbe probabilmente portato ad un tentativo di contenimento del quadro clinico mediante approccio scarsamente invasivo. Tuttavia – conclude la perizia – la presenza di molteplici aree intestinali interessate dalla angiodisplasia, con il concorso determinante della discoagulopatia, che nonostante la terapia quotidiana di reintegro e supporto, non è stato possibile correggere in toto, ha condotto alla inevitabile evoluzione negativa del già grave quadro clinico del giovane Mazzoni con comparsa di emorragia massiva del tratto gastro intestinale (ematemesi e rettorraggia)». Gli otto medici indagati sono difesi dagli avvocati Giancarlo Viti e Gianni Zurino, la famiglia di Alex viene assistita da Francesco Paolieri.
