di Fra. Mar.
«A quell’ufficio si rivolgevano tutti per accelerare questa o quella pratica. Io non ha mai fatto nulla di diverso da quello che facevano molti altri. Non ho mai ricevuto soldi, sesso o altre utilità in cambio di un mio interessamento per il rilascio di permessi di soggiorno». La difesa dell’ispettore Tommaso D’Emilio, arrestato nel 2008, arriva direttamente dalla sua bocca in occasione della prima udienza del processo che lo vede sul banco degli imputati insieme alla moglie e ad un uomo albanese.
Le dichiarazioni Ha ammesso di aver accelerato qualche pratica D’Emilio, ma ha negato categoricamente di aver mai ricevuto nulla in cambio del suo intervento. Secondo le indagini, condotte dagli stessi poliziotti e coordinate dal sostituto procuratore Mauela Comodi, D’Emilio in cambio di permessi di soggiorno rilasciati in breve tempo si sarebbe fatto consegnare un po di tutto: camicie, legna, ricariche per il cellulare, benzina. Ma anche 2500 euro in un caso. L’uomo, assistito dall’avvocato Donatella Donati, ha negato tutto.
Il primo testimone Martedì mattina davanti al collegio presieduto dal giudice Daniele Cenci, è stato ascoltato il dirigente della polizia postale di Perugia Annalisa Lillini, all’epoca dirigente dell’ufficio immigrazione di cui faceva parte D’Emilio. La dottoressa Lillini ha confermato che a volte arrivavano richieste d’urgenza relative ad alcune pratiche, lei ha detto di averle autorizzate a sua discrezione. Quando le è stato chiesto se aveva controllato le pratiche di D’Emilio, lei ha detto di aver notato, a volte, pratiche concluse in molto poco tempo.
L’indagine L’indagine partì in modo piuttosto singolare: un cinese residente a Foligno andò al commissariato dicendo che nonostante «l’interessamento» dell’ispettore della questura Perugia non aveva avuto ancora il permesso di soggiorno. Alcuni cinesi lo minacciarono di andare dal questore a raccontare tutto. Tanto che lui avrebbe tentato di disfarsi di alcune utilità ricevute. Ma lo tenevano già d’occhio. Si torna in aula novembre.
