di Francesca Marruco
A leggere le contestazioni che il sostituto procuratore Massimo Casucci ha fatto ad L.C., che mercoledì è stato rinviato a giudizio per maltrattamenti in famiglia e violazione dell’obbligo di mantenimento, si può avere solo una vaga idea di quello che deve avere vissuto la donna, un tempo sua moglie, che dopo anni di vessazioni, ha deciso di rivolgersi al centro antiviolenza Barbara Cicioni e chiedere aiuto.
L’accusa La maltrattava, si legge nel capo d’imputazione, «anche alla presenza del figlio minore sottoponendola a continue vessazioni morali e psicologiche, offendendone sistematicamente l’onore e il decoro e minacciandola di un male ingiusto nei casi in cui la stessa si rifiutava di avere rapporti sessuali con lui, definendola – a seguito dei sistematici scatti d’ira che lo prendevano ovvero a seguito dell’assunzione di importanti quantitativi di alcol – vacca, troia, dicendole che gli faceva venire il vomito a vederla in faccia, maiala schifosa, scema cretina, dicendole “ti venisse un cancro allo stomaco e potessi cagare sangue per giorni, ti venisse un tumore all’utero… ti porto via il bambino se mi prendi le cose ti aspetto fuori e ti ammazzo, ammazzo tutta la tua famiglia”».
Continuava L’uomo, secondo quanto emerso in udienza, non avrebbe mutato il proprio atteggiamento nemmeno dopo che la moglie si è allontanata da casa. Anzi, ogni volta che veniva a Perugia per far visita al figlio minore non ha perso occasione per continuare ad offendere la moglie e minacciare di morte anche tutti i familiari di lei. La madre della donna ha testimoniato sostenendo che la figlia le rivelava quato le succedeva perché lei era «l’unica persona cara e di fiducia a cui potesse riferire tutto ciò che subiva dal marito, delle vere e proprie violenze psicologiche a cui lui sottoponeva sia lei che il figlio che era sempre spaventato. Mi raccontava – ha detto la madre – che lui la controllava in modo ossessivo sia prendendole il telefono cellulare sia sul computer».
La difesa L’imputato, presente in aula mercoledì mattina davati al giudice Luca Semeraro, e anzi, più volte ripreso per il comportamento tenuto in aula, tramite il suo avvocato, ha cercato di difendersi sostenendo tra l’altro che «concedeva alla moglie di utilizzare la propria carta di credito per gli acquisti dalla stessa autonomamente ritenuti utili e necessari» e «assecondava le esigenze della FB accompagnandola di frequente dai genitori della stessa».
La logica Proprio su queste affermazioni della difesa dell’imputato, per cui il processo comincerà il 26 novembre prossimo, l’avvocato Paola Pasinato, del centro antiviolenza Barbara Cicioni, nella sua memoria scrive: «Appare assurdo che la stessa difesa dell’imputato, a discolpa dell’assistito tenti di far passare tali comportamenti ad oggi fortunatamente ascrivibili alla normalità e legalità dei rapporti tra coniugi come delle straordinarie concessioni».
