di Francesca Marruco
Nel 2008 aveva chiesto aiuto al Telefono Azzurro raccontando che il padre la violentava e la picchiata a cadenza regolare, ogni tre quattro giorni, cioè più o meno ogni volta che lui rientrava dalle sue trasferte lavorative. Un inferno che la ragazzina, adesso maggiorenne, avrebbe vissuto dal 2001 al 2008 e cioè dai dieci ai diciassette anni nella casa nella provincia di Perugia in cui viveva con madre e padre.
La denuncia Secondo la ricostruzione dell’accusa, sostenuta in aula dal pm Angela Avila, la giovane si sarebbe decisa a denunciare tutto dopo aver raccontato il suo dramma ad un ragazzo conosciuto in chat. Fu lui a dirle che doveva chiedere aiuto. E lei lo fece: all’operatore di Telefono Azzurro – che è stato anche sentito durante il processo – disse della violenze del padre e della connivenza della madre. Immediata scattò la segnalazione ai carabinieri che prelevarono la minorenne da casa e la affidarono ai servizi sociali.
L’accusa Le violenze sono drammaticamente riassunte nel capo d’imputazione: «con cadenza ogni tre o quattro giorni, con violenza consistita nell’afferrarla con forza e attirarla a sé in direzione dei suoi genitali, e poi metterle il pene all’interno della bocca, spesso picchiandola con una cintura sulle gambe, e in altre occasioni con il bastone o con gli asciugamani bagnati, e con la minaccia di ammazzarla, talvolta anche puntandole un coltello alla gola; mentre la madre, consapevole degli atti di violenza compiuti dal coniuge, non poneva in essere atti idonei a far cessare l’attività delittuosa».
Torna dai genitori La vittima, ormai adulta, è stata seguita dai servizi sociali fino al raggiungimento della maggiore età. Il tribunale dei minori nel frattempo aveva sospeso la patria potestà ai genitori e disposto che pagassero mensilmente un mantenimento alla figlia. Compiuti i 18 anni però, emerge dalle parole dell’avvocato con cui si è costituita parte civile, per qualche tempo vive con i soldi che avevano versato i genitori, poi, sola, senza soldi e senza una casa dove stare, ha fatto ritorno in casa della madre e del padre. E ha scritto una remissione di querela.
Le due versioni: la parte civile E le versioni tra difesa e parte civile qui si fanno diametralmente opposte: l’avvocato Cristina Zinci, che sostituiva la collega Anna Maria Gasparri quale procuratore della ragazza, lascia intendere alla corte presieduta dal giudice Cenci che la decisione di ritirare la querela – che comunque non influisce sul processo in quanto per la gravità delle accuse è procedibile d’ufficio – non sarebbe stata ‘spontanea’ e che il ritorno a casa dei genitori è stato solo e unicamente per necessità.
La tesi della difesa Ubaldo Minelli che invece difende gli imputati – perché a processo sono finiti sia il padre che la madre – legge tutto in maniera diversa, e lo fa insistendo per interrogare in aula quello che all’epoca dei fatti era il fidanzato della giovane. Per la difesa insomma la querela sarebbe stata ritirata perché raccontava fatti non veri. Perché – e questo per la difesa dovrebbe essere confermato dall’allora fidanzato – la ragazza si sarebbe inventata tutto per andare a vivere col fidanzato, anche se i suoi genitori non volevano.
Tutti in aula Sempre l’avvocato Minelli ha chiesto di ascoltare nuovamente la presunta vittima in aula, anche se già sentita in udienza preliminare con incidente probatorio – in cui confermò quanto già denunciato -, proprio per chiederle conto della remissione di querela e dei motivi che l’hanno portata a farlo. Alla richiesta si sono opposte accusa e legale di parte civile, ma dopo una breve camera di consiglio, la Corte ha ammesso la richiesta. Nella prossima udienza dunque testimonieranno la vittima, l’allora fidanzato – che la Corte ha multato per 150 euro per non essersi presentato lunedì mattina in udienza senza giustificato motivo – e il padre di lui.
