di Francesca Marruco
L’obiettivo è evidente e in fin dei conti non lo nasconde nessuno: evitare l’ergastolo. Ma il compito, viste le tremende accuse che pendono sulle teste di Iulian Ghiorghita, Aurel Rosu e Dorel Gheorghita, è quanto mai difficoltoso. Ci hanno provato gli avvocati dei rumeni arrestati perché ritenuti responsabili di aver ucciso il bancario Luca Rosi, durante una rapina in villa, messa a segno dalla banda, nell’abitazione del padre della vittima.
In aula Lunedì mattina, davanti al gup Lidia Brutti che dovrà giudicare in sede di rito abbreviato i quattro rapinatori assassini, gli avvocati Alessandro Ricci, Michele Maria Amici e Luca Brufani, hanno provato a sminuire le accuse a carico dei loro assistiti. O meglio le loro responsabilità in reati tanto gravi ed efferati.
No alle aggravanti A partire da chi materialmente ha premuto il grilletto per uccidere Luca, l’avvocato Alessandro Ricci, che difende Iulian Ghiorghita, ha infatti chiesto che non vengano considerate le aggravanti dei motivi abbietti, dell’aver commesso il delitto durante una rapina in abitazione e della crudeltà, che invece la procura gli contesta. Il ragionamento è semplice: senza aggravanti non c’è l’ergastolo. E senza aggravanti per chi ha ucciso, tanto meno possono esserci per gli altri. L’avvocato, tra l’altro avrebbe sottolineato l’atteggiamento collaborativo di Ghiorghita che, quando si è deciso a parlare, ha anche indicato Catalin Simionescu come il basista del colpo. Chiedendo di considerare questo atteggiamento come un’attenuante.
Inconsapevoli? «Non avevano idea che Iulian avrebbe usato la pistola per uccidere qualcuno», ha sostenuto in sintesi l’avvocato Amici per Dorel Gheorghita. Tanto è vero che il legale ha chiesto l’assoluzione per l’accusa di omicidio. Dorel ha inizialmente detto di essere venuto in Italia a comprare vestitini per il battesimo del figlio e di essere estrano alla rapina e all’omicidio. Ma non era possibile portare più di tanto avanti questa versione inverosimile, e alla fine, lui come gli altri, ha ammesso. Almeno in parte.
Il basista Catalin non c’entra niente con la rapina e l’omicidio Rosi, ha detto l’avvocato Luca Brufani che difende Simionescu. La difesa ha anche sottolineato che, anche nel caso della rapina in casa di Sergio Papa, faceva solo da palo, ma non poteva sapere cosa stava succedendo dentro. Come non è vero che avrebbe accompagnato gli altri a fare un sopralluogo nella villa dei Rosi prima del colpo. Per la sua difesa, Ghiorghita lo avrebbe tirato in ballo per vendicarsi di lui.
I ruoli Per loro i pubblici ministeri Antonella Duchini, Mario Formisano e Giuseppe Petrazzini hanno chiesto tre condanne all’ergastolo e 20 anni per il basista Catalin Simionescu. I magistrati avevano ricostruito nel dettaglio l’omicidio: Iulian Ghiorghita ha sparato a Luca Rosi cinque colpi di pistola, Dorel Gheorghita lo ha preso a pugni in faccia, mentre Aurel Rosu gli ha sparato contro nonostante avesse una pistola a salve in mano.
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Nessuna umanità «Non hanno avuto alcuna umanità neanche dopo avergli sparato contro – aveva detto l’avvocato di parte civile Valeriano Tascini -, nonostante avesse le mani legate. Non hanno dato modo ai familiari del povero Luca di chiamare i soccorsi perché li hanno legati e gli hanno portato via l’automobile. Per questo non meritano che gli venga concessa alcuna attenuante generica e che vengano condannati al massimo della pena come chiesto dai pubblici ministeri». Si torna in aula il 27 giugno per le repliche.

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