di Francesca Marruco
Dalle 14.05 alle 18.01 del 23 marzo il telefono di Valerio Menenti non aggancia nessuna cella. In molti provano a chiamarlo ma sono costretti ad ascoltare la segreteria. Perché? Le possibilità sono due: o il telefono era spento o era in un punto in cui non aveva segnale. Perché è tanto importante questo elemento? Perché quel pomeriggio, due giorni prima dell’omicidio di Alessandro Polizzi e di quello tentato di Julia Tosti, secondo quanto una testimone andò a dire di sua spontanea volontà alla polizia, Valerio Menenti – attualmente imputato insieme al padre Riccardo di omicidio – sarebbe andato nel Compro Oro in cui lavorava e avrebbe effettuato una telefonata ad una fantomatica donna a cui tra l’altro, diceva: «Stai tranquilla io non mi sporco le mani, io sarò in ospedale».
TUTTI GLI ARTICOLI SUL DELITTO DI VIA RICCI
Al Compro Oro Al termine della scorsa udienza, quando un medico dell’ospedale ha testimoniato sugli orari di somministrazione delle flebo a Menenti in quel pomeriggio adombrando qualche dubbio sulla possibilità che Menenti possa essere uscito dall’ospedale mentre era ricoverato (in seguito alla terza aggressione da parte di Alessandro Polizzi), ha annunciato che denuncerà per calunnia la giovane rumena che si presentò alla mobile perché «non poteva restare a guardare quando aveva informazioni importanti da dare». Ebbene, al di là delle letture e delle versioni che ognuno ha dato – Valerio ha sempre negato categoricamente di avere qualcosa a che fare con l’omicidio, figurarsi se ne poteva parlare al telefono con qualcuno – il dato è che quel telefono, che per tutti i giorni analizzati dai tabulati è sempre acceso e connesso, quel pomeriggio resta morto per quattro ore.
4 ore Lo ha raccontato in aula l’assistente capo della squadra mobile della questura di Perugia Stefano Buratti: «Nessun collegamento a internet, nessuna chiamata. Solo il codice che indica che chi ha chiamato ha trovato la segreteria, e all’ospedale, secondo quanto ci risulta, non ci sono problemi di copertura telefonica». Non ce ne sono stati nei giorni precedenti né in quelli successivi. Quelle quattro ore di inattività per l’accusa vogliono dire che Valerio doveva fare qualcosa di rischioso e quindi non ha voluto farlo con il suo telefono. Per la difesa quattro ore di silenzio del cellulare non vogliono dire nulla, se non che, come Valerio e la fidanzata hanno ripetuto più volte, lui era stanco dopo la nottata precedente (quella in cui venne picchiato e ricoverato) quindi spense il telefono e si mise a dormire.
La fidanzata E’ l’ultima domanda dei giudici Gaetano Mautone e Nicla Restivo a centrare il problema: «In quelle quattro ore la fidanzata Federica lo ha mai cercato sul suo telefono?». «No». Per l’accusa la chiamata del Compro Oro sarebbe stata proprio indirizzata a lei. Ma da quale telefono l’avrebbe chiamata se il suo è muto? E anche, chi glielo ha fornito? Tutte domande che sono rimaste senza risposta. Le telecamere di sicurezza dell’ospedale infatti non sono state utili in questo senso. I circuiti di videosorveglianza sovrascrivono sulle precedenti registrazioni e questo è accaduto anche per quelle del 23 marzo 2013. Inoltre la fidanzata Federica ha raccontato di essere stata con Valerio tutto il pomeriggio in ospedale insieme a lui. Sulla chiamata dal Compro Oro accusa e difesa si danno battaglia dal primo minuto, e sarà così fino all’ultimo momento utile a convincere la Corte a credere ad una tesi piuttosto che all’altra.
La pistola Lunedì mattina in aula, durante le deposizioni di alcuni testimoni chiamati dalle parti civili, è stato ascoltato anche l’ispettore capo della squadra mobile Armando Finzi, che nelle prime fasi successive all’omicidio mise in sicurezza la pistola usata per il delitto. «Ho preso la pistola e l’ho scaricata e ho visto subito che il cane era abbassato, poi mi sono accorto, togliendo il caricatore, che era ancora alimentato: c’erano quattro proiettili. Appena ho tolto il caricatore poi è sceso un altro proiettile dal vano dove è agganciato il caricatore stesso. A questo punto restava di vedere se dentro la canna c’era un altro proiettile, quindi ho ‘scarrellato’ l’arma e ne è stato espulso un sesto: segno evidente che qualcuno aveva provato a spararlo. Da quello che ho visto, posso dire che quasi certamente la pistola si è inceppata dopo che hanno provato a sparare per la seconda volta». E quindi che solo per un mezzo miracolo non c’è stato un altro morto, probabilmente Julia Tosti. Riccardo Menenti nella scorsa udienza in tribunale ha detto che la pistola ce l’aveva Alesssandro Polizzi e che il colpo era partito durante la colluttazione. A chi crederanno i giudici lo si saprò tra poco. Il processo marcia a passo veloce verso la sentenza, prossimo appuntamento: giovedì prossimo.
