Riccardo e Valerio Menenti

di Francesca Marruco

L’assassino di Alessandro Polizzi ha perso sangue sulle scale mentre scappava. E quel sangue ora è stato attribuito ad una persona con nome e cognome: si tratta di Riccardo Menenti, già arrestato insieme al figlio Valerio per l’omicidio del giovane perugino. Oltre alle due tracce di sangue sulle scale, residui di cellule da sfaldamento sono presenti anche sulla pistola mescolate a sostanza ematica del povero Alessandro. A un mese dall’omicidio del giovane Polizzi arriva la svolta ufficiale.

Retromarcia E adesso che i risultati della polizia scientifica, di cui erano trapelate già alcune indiscrezioni, sono scritti nero su bianco su un atto depositato in cancelleria, si impone una marcia indietro. E un cambio di strategia. E infatti i legali dei Menenti, gli avvocati Luca Patalini e Massimo Krogh, hanno rinunciato all’udienza del riesame. Il colpo di scena è arrivato a poche ore dalla prevista udienza di venerdì pomeriggio davanti al tribunale della libertà di Perugia: la procura deposita la relazione della scientifica con elementi pesanti come macigni, che incollano Riccardo Menenti in via Ricci, con la pistola in mano, mentre aggredisce Alessandro e Julia, e poi scappa quando arrivano i vicini. E per la difesa è tempo di cambiare rotta.

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Ammissione? Cosa faranno a questo punto i due arrestati è presto per dirlo. Sarà comunque difficile per Riccardo Menenti diventare credibile dopo aver raccontato una versione  divenuta inverosimile alla luce dei risultati scientifici, durante l’interrogatorio di garanzia davanti al gip Luca Semeraro che lo aveva spedito in carcere con un’ordinanza di custodia cautelare a sua firma. Quella mattina Riccardo Menenti, con aria molto sicura, aveva detto di essere estraneo all’omicidio. Di aver dormito nella casa di Todi insieme alla moglie. Che quelle ferite se le era procurate non certo lottando con Alessandro Polizzi.

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Il sangue sulle scale Ma i risultati della scientifica, arrivati a suggellare il lavoro della squadra mobile di Marco Chiacchiera, coordinati dal pm Antonella Duchini,  dicono che la verità è un’altra. Cioè che se il sangue di Riccardo è sulle scale, lo ha perso dopo aver ucciso Alessandro. Lo ha perso da quella vistosa ferita che aveva sulla fronte la mattina dopo il delitto. Quella ferita che gli ha procurato Alessandro colpendolo con ogni probabilità con la pistola al centro della fronte. Un taglio netto. E’ stato Alessandro dunque a far lasciare la firma incontrovertibile dell’assassino. Alessandro che ha lottato tanto prima di consegnarsi alla morte. Nonostante il proiettile gli avesse trapassato polmone, trachea, arteria e vena bronchiale, il ‘guerriero’ si è avventato contro il suo assassino. E lo ha colpito. Più forte che poteva per difendersi dall’attacco assassino con la pistola, che miracolosamente si è inceppata e ha risparmiato la vita di Julia.

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La pistola Ma le risultanze scientifiche ci dicono che su quella vecchia arma, una Beretta modello 34, commisto a sostanza biologica di Alessandro, sul cane dell’arma, ci sono anche delle cellule da sfaldamento che con ogni probabilità appartengono a Riccardo Menenti. La situazione per il 54enne artigiano del vetro, ex pugile, di origini romane, da anni residente a Todi, si fa  dunque estremamente più complicata. E potrebbe portare a sviluppi inediti anche nel giro di poco tempo.

Dal Compro Oro Sicuramente tra la posizione di Riccardo Menenti e quella del figlio Valerio esiste una grossa differenza. Ma anche il supposto ruolo di mandante, viste le risultanze investigative, in special modo la testimonianza della commessa del Compro Oro, assume un’importanza non secondaria. «Dalla scheda terapeutica – scriveva il gip nell’ordinanza-non risulta effettuata nessuna terapia dalle 14 alle 18» del sabato pomeriggio. Un lasso di tempo  in cui, secondo la ricostruzione accusatoria, Valerio si sarebbe allontanato dalla sua camera di ospedale  per andare in quel Compro Oro di via Settevalli a vendere un bracciale. Nello stesso Compro Oro in cui effettua una telefonata ascoltata dalla commessa che, visti i fatti di sangue accaduti in seguito, decide di andare in questura a raccontare tutto. E la sua testimonianza, ritenuta attendibile perchè completamente estranea alla vicenda,  pesa molto nel quadro accusatorio che vuole Valerio mandante e Riccardo esecutore dell’omicidio.

Pagheranno senza sporcarmi le mani «L’ultima volta che ho visto Valerio è stato sabato 23 marzo. Sono rimasta fortemente impressionata dalle lesioni che aveva in volto-  ha raccontato alla polizia -. In particolare mi ricordo che aveva gli occhi gonfi, tumefatti, e il naso gonfio. Non aveva alcun cerotto. Mi astenni, anche se ne ebbi la tentazione, di chiedere cosa gli fosse capitato, anche perché dopo avermi consegnato il braccialetto ha iniziato a parlare al telefono con un tono molto agitato e nervoso.  Ho colto alcune frasi che diceva al suo interlocutore donna, probabilmente la sua fidanzata. Le frasi sono le seguenti: ‘devono pagare per quello che mi hanno fatto, perché fino adesso sono stato buono ma non possono trattarmi da coglione’. ‘ Ho un amico che c’ha un amico che queste cose le sistema’.’Pagheranno con la loro vita’. ‘ Capisci che per mio padre vedermi così …’ ‘ No a questo punto anche lei, ormai si, perché la situazione che si è creata, se voleva parlare con me aveva la possibilità di farlo, invece ha preferito..’». E l’ultima frase che la commessa dice di aver sentito fa drizzare i capelli agli inquirenti: «Tu che c’entri- avrebbe detto Valerio al telefono-  dai stai tranquilla perché io starò in ospedale». Una frase che fa ipotizzare la premeditazione. Una frase quanto mai sospetta.

La minaccia profetica Come sospetto è il fatto che Valerio per fare quella telefonata non utilizza il suo telefono, «ma quello di un amico». Lo riferisce sempre la commessa. Senza contare che il giovane tatuatore, dopo la seconda delle tre aggressioni subite da Alessandro Polizzi, a Julia Tosti disse che «per questa volta non lo avrebbe ammazzato( alessadrno Polizzi ndr)», ma aggiunse che «Se fosse successo un’altra volta lo avrebbe ammazzato e senza sporcarsi le mani». «Questa minaccia – scriveva il gip Semeraro – non solo è stata concreta, ma anche profetica, nel senso che Valerio ha proprio preannunciato quello che sarebbe successo». Lunedì prossimo gli agenti della polizia scientifica di Roma, su richiesta del pm Antonella Duchini, torneranno nell’appartamento del delitto. In cerca di ulteriori riscontri. E ulteriori analisi sono attese sulla campionature, evidenziate col luminol, fatte sul furgone di Riccardo Menenti e nel casolare di Todi. Sempre che altri elementi, non emergano prima.

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One reply on “Omicidio Perugia, depositati i risultati della scientifica: sangue di Riccardo Menenti sulle scale. La difesa rinuncia al Riesame”

  1. Ad un mese dalla morte di Alessandro si rafforza l’ipotesi che sia stato proprio lui il padre di Valerio ad ucciderlo. Un padre che dovrebbe dare l’esempio della razionalità e dell’amore ha ucciso un ragazzo innocente. E’ una cosa orribile! Poteva risolversi con un semplice confronto civile tra uomini ed invece si è consumato con il più terribile dei delitti. Non fateli uscire, il carcere a vita è poco!

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