dall’inviata Francesca Marruco
L’ultimo colpo di scena arriva poco dopo le ventuno e lascia tutti a bocca aperta. La prima sezione penale della Corte di Cassazione non decide sul ricorso contro l’assoluzione di secondo grado di Amanda Knox e Raffaele Sollecito. La sentenza, mai tanto attesa come adesso, arriverà martedì mattina. «La Corte si riserva la lettura del dispositivo martedì 26 marzo alle ore 10» scandisce il presidente Severo Chieffi. Familiari, legali e giornalisti si guardano gli uni con gli altri. «E’ mai successo? Cosa vuol dire?»
Già deciso? «Vuol dire che la decisione che devono prendere è particolarmente delicata, e per questo hanno preso più tempo», spiega uscendo il sostituto procuratore generale Luigi Riello che sottolinea come «non sia possibile dire se siano in disaccordo, se abbiano già deciso o se devono ancora farlo». Solitamente gli ermellini non rinviano al giorno dopo, ma la decisione «non è del tutto insolita», precisa il sostituto procuratore.
Amanda: non mi credono La non notizia rimbalza fino a Verona e Seattle dove Amanda e Raffaele aspettavano la decisione più importante per il loro futuro. «Non capisco come mai perché anche questi giudici non mi credono. Ormai pensavo fosse tutto finito», dice la Knox dagli Stati Uniti ai suoi legali che le dicono di pazientare ancora qualche ora. «Abbiamo aspettato tanto, una notte in più non ci cambierà la vita», dice invece il padre di Raffaele Sollecito, braccato dalla stampa all’uscita dal palazzo di piazza Cavour. «Frequento la Cassazione da qualche anno – ha detto l’avvocato Giulia Bongiorno – e devo dire che questa cosa non mi era mai capitata. Questo tempo può servire per riflettere di più».
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Durissima requisitoria Non sono bastate le quasi sei ore di udienza in cui accusa e difesa si sono attaccate senza esclusione di colpi. Non è bastata l’introduzione di un’ora e mezza del giudice relatore. Non è bastata la camera di consiglio. «Credo che sussistano tutti i presupposti perché non cali definitivamente il sipario su questo delitto sconvolgente e gravissimo di cui l’unico responsabile è il lombrosianamente delinquente Rudy Guede», ha detto il sostituto procuratore generale in Cassazione Luigi Riello, nella durissima requisitoria in cui non ha risparmiato attacchi ai giudici della Corte d’Assise d’Appello di Perugia, che nell’ottobre del 2011 ha assolto Amanda Knox e Raffaele Sollecito. Riello ha parlato di «giudici di merito che hanno smarrito la bussola» e ha invitato gli ermellini a «non avere un atteggiamento aristocratico».
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Monumento a illogicità «Oggi – precisa Riello – sul banco degli imputati davanti alla Corte di Cassazione non ci sono Amanda Knox e Raffaele Sollecito ma la sentenza di Corte d’assise d’Appello che è un raro concentrato di violazioni di legge e un monumento all’illogicità» che «deve essere annullata» e rinviata alla Corte d’Appello di Firenze per un nuovo pronunciamento. Perché «ci sono degli elementi che non sono stati presi in considerazione dal giudice di merito» , quella Corte d’Assise d’Appello di Perugia presieduta dal giudice Claudio Pratillo Hellmann, che, per Riello, «con buona dose di snobbismo, nel banalizzare la sentenza di primo grado, la riduce in maniera approssimativa e superficiale».
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Immunità antropologica Riello attacca e affonda, parla del colpevole «nero», «in non pochi passaggi di sentenza secondo grado- dice – ho trovato una sorta di immunità antropologica e sociale riconosciuta ad Amanda e Raffaele. Si parla di loro come dei bravi ragazzi, quasi a dire che un delitto cosi orribile poteva essere commesso da un diseredato ma non da due persone per bene». Amanda e Raffaele attendono la sentenza una a Seattle e l’altro a Verona, dove ha ripreso gli studi. Per lui in aula c’è il padre Francesco, accompagnato dalla compagna Mara. Nessun familiare o parente di Amanda.
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Il comportamento di Amanda Neanche la madre a cui, dice Riello, Knox telefonò la mattina del due novembre prima che venisse ritrovato il cadavere di Meredith. « Knox chiama la madre a Seattle alle tre di notte. Si chiama una persona di notte per un fatto molto importante – sottolinea -. Non dimentichiamo che la Knox, secondo il suo racconto arrivò in casa, vide delle tracce di sangue e cosa fece? Una doccia tonificante. Se non ci fosse da piangere si dovrebbe ridere».
Indagini genetiche E proprio le tracce nel bagno piccolo, in cui c’è sangue di Mez misto a Dna di Amanda, per Riello è un «elemento altamente indiziante». E la consulenza della polizia scientifica, «non si può buttare a mare come ha fatto la Corte di secondo grado». Mentre per la superperizia di secondo grado, Riello ha detto di « vero e proprio falso di cui dovrebbero rispondere». Arriva a parlare di argomento «ragionamento illogico e sleale» quando dice che la Corte, non escludendo la contaminazione, «salva solo la presenza del Dna di Amanda sul manico del coltello». O tutte o nessuna. Non solo quel che serve.
Tracce e probabilità «E’ davvero difficile spiegare come la traccia di Meredith possa avere trasmigrato sul coltello di Sollecito e come il Dna di Sollecito, non rinvenuto sul luogo delitto ma sul gancetto, colpevolmente non repertato subito, sia stato trovato lì». Per Riello insomma, «la corte di secondo grado conta le volte che quella di primo grado dice probabilità nelle motivazioni, mentre loro scrivono di possibilità e ‘non è escluso che’». Per questo chiede loro di annullarla e di dare la possibilità ad un altro giudice di merito di «ricollocare le persone sulla scena nel giusto modo».
Bongiorno Di opposto tenore l’arringa di Giulia Bongiorno per Sollecito: «Nella stanza del delitto – ha detto – sono state trovate molte tracce di Rudy. Se Amanda e Raffaele fossero stati presenti inevitabilmente avrebbero dovuto toccare qualcosa. E’ inipotizzabile pensare che ci sia una scena a tre e che restino tracce di uno soltanto». Il legale ha aggiunto: «Non è un dettaglio che i tre non si conoscessero (come affermano anche le motivazioni di primo grado) e non avessero un movente»
Errori scientifica Il legale ha inoltre sottolineato come: «Abbiamo documentato una serie infinita di errori da parte della polizia scientifica». «La seconda prova regina – ha detto ancora- il gancetto del reggiseno di Meredith, è stato recuperato 47 giorni dopo l’omicidio dopo che erano entrati in casa una serie di poliziotti per fare delle perquisizioni». «Raffaele è rimasto in carcere per l’impronta di una scarpa poi rivelatasi di Guede», ha detto ancora la Bongiorno, puntualizzando come Sollecito la sera del delitto ha interagito con il suo pc fino alle 21, mentre le anomalie sul cellulare di Meredith dimostrerebbero che la morte è avvenuta poco dopo le 21.00. «Raffaele aveva un alibi fortissimo» ha sottolineato ancora la Bongiorno, che ha parlato anche del tanto dibattuto memoriale di Amanda scritto la notte del sei novembre in questura, quando per il legale ci fu « un blackout di garanzie difensive per il quale il memoriale è inutilizzabile».
Difesa Knox Per la difesa di Amanda Knox invece, il dibattimento di secondo grado, «ha solo portato alla luce la verità dopo l’errore compiuto la sera del 6 novembre. Un errore sanato dalla sentenza di appello». Il legale romando Carlo Dalla Vedova, che ha difeso la Knox insieme a Luciano Ghirga, ha detto che l’americana «voleva collaborare perché era amica di Meredith», ma «subì 54 ore di interrogatori». «Confidiamo che la Cassazione recuperi la sentenza d’appello e gli dia sostanza» aveva concluso l’avvocato Luciano Ghirga, non pensado che avrebbe dovuto attendere ancora per una notte intera. La più lunga.
