di Francesca Marruco
Otto anni fa, la studentessa inglese Meredith Kercher veniva uccisa nella casa di via della Pergola a Perugia, sgozzata nella sua camera da letto e poi coperta con un piumone e lasciata chiusa lì dentro. Otto anni e otto processi dopo – considerando tutti i gradi di giudizio per Amanda Knox e Raffaele Sollecito e Rudy Hermann Guede – quando ormai la giustizia italiana ha messo la parola fine sul caso giudiziario più mediatico di tutti i tempi, restano ancora aperti tanti interrogativi e non esiste una verità fattuale di quello che accadde quella maledetta sera.
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Verità contrastanti Ci sono verità giudiziarie. Le une a volte in contraddizione con le altre, chiuse per sempre con la sentenza con cui la corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna dell’appello bis di Amanda Knox e Raffaele Sollecito emessa dalla Corte d’Assise d’Appello di Firenze. Oltre a quella però, le cui motivazioni sono state recentemente depositate, c’è un’altra sentenza definitiva sul caso: ed è quella con cui l’ivoriano Rudy Hermann Guede è stato condannato a 16 anni in via definitiva per aver concorso all’omicidio di Meredith Kercher con altre persone, ormai rimaste ignote. E probabilmente per sempre.
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Defaillances investigative Rudy Hermann Guede non ha mai accusato in maniera esplicita gli ex fidanzatini, continuando per tutto il tempo a raccontare una versione mirabolante a cui l’accusa non ha mai creduto. Dal canto loro, Amanda e Raffaele hanno sempre detto di essere innocenti e di non essere stati neanche in casa di via della Pergola quella tragica sera. E alla fine dei processi, i giudici italiani, li hanno si assolti in via definitiva, ma, nella stessa sentenza di assoluzione, hanno anche detto che Amanda e Raffaele quella sera erano nel casolare di via della Pergola. Ciò nonostante, per i giudici della suprema Corte, le «clamorose defaillances investigative» e il «monolite invalicabile», non consentono di andare al di là «del ragionevole dubbio».
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Dna Contro Amanda, secondo i giudici della Cassazione, resta la calunnia verso Lumumba,«non è dato comprendere – scrivono i giudici – infatti, quale ragione abbia potuto spingere la giovane statunitense a quelle gravi accuse». Sospetto anche per le dichiarazioni false di Amanda, mentre invece diventa «elemento neutro» il dna dell’americana sul coltello ritenuto dagli inquirenti arma del delitto. E per i giudici lo diventa perché la polizia scientifica, in presenza di un campione esiguo di sostanza biologica scelse di attribuirne l’appartenenza e non la natura posto che l’esiguità della traccia non permetteva un doppio accertamento. La scelta, per i giudici fu «assai discutibile, in quanto l’individuazione di tracce ematiche avrebbe consegnato un dato di formidabile rilievo probatorio».
«Amanda e Raffaele nella casa» Per quanto riguarda invece Raffaele Sollecito, posto che la traccia sul reggiseno di Mez, per i giudici diventa «elemento privo di valore indiziario» (per le modalità di repertazione e perché è insuscettibile di una seconda amplificazione),«resta nondimeno forte il sospetto che egli fosse realmente presente nella casa di via della Pergola la notte dell’omicidio, in un momento però, che non è stato possibile determinare. D’altro canto, certa la presenza della Knox in quella casa appare scarsamente credibile che egli non fosse con lei». I sospetti non sono fugabili dalle tesi difensive secondo cui Raffaele quella sera avrebbe interagito col computer, ma, per i giudici,«il compendio probatorio è contrassegnato da intrinseca contraddittorietà».
Ecco perchè Rudy non ha agito solo Insomma, tanti sospetti, ma nessuna certezza per la Cassazione. Se non la calunnia di Amanda verso Lumumba e la partecipazione certa del delitto di Rudy Hermann Guede, che, sottolineano i giudici, «non ha agito da solo». I togati elencano gli elementi che portano alla conclusione di un delitto a più mani: «le tre ferite con andamento diversificato sono riconducibili, verosimilmente (anche se il dato è contestato dalle difese) a due diverse armi da taglio». Ed ancora, «la mancanza di segni di resistenza da parte della ragazza», «le tumefazioni agli arti superiori e le ecchimosi in zona mandibolare e labiale (per verosimile azione manuale di costrizione volta a tappare la bocca della vittima) rinvenute in sede di ispezione cadaverica e soprattutto le agghiaccianti modalità dell’omicidio».
Nell’atrocità trovare il movente I giudici hanno anche rimproverato i loro predecessori di non aver abbastanza valorizzato la tremenda modalità omicidiaria collegandola al movente.«L’efferatezza dell’azione delittuosa – scrivono – avrebbe potuto considerarsi, per abnorme sproporzione, assai poco compatibile con alcuna delle ipotesi prospettate in sentenza, ossia con meri dissapori con la Knox; con impulsi sessuali di alcuno dei partecipi e, forse, con la stessa ipotesi di un gioco erotico di gruppo finito male, di cui, peraltro, non è stato colto riscontro alcuno sul corpo della vittima, al di là della violazione della sua intimità ad opera di un gesto manuale del Guede». Ancora «meno compatibile» con l’ipotesi dell’irruzione di un ladro solitario che si trova di fronte qualcuno e che da un furto rischierebbe un’incriminazione per omicidio, per di più così efferato. E così, alla vigilia dell’ottavo anniversario, e con i processi ormai finiti per sempre, non esistono verità. Se non parziali. E tra non molto l’unico condannato Rudy Guede uscirà dal carcere. E forse potrà finalmente raccontare davvero cosa accadde quella notte. Anche se forse, ormai, potrebbe essere troppo tardi.
