di Iv. Por.
La tragedia del Broletto e le polemiche che ha innescato ruotano molto intorno alle vicende della «Progetto Moda», l’ente formativo a cui è stato prima revocato e poi concesso nuovamente l’accreditamento. La rabbia di Andrea Zampi, presunto movente del duplice omicidio di Margherita Peccati e Daniela Crispolti sarebbe, secondo una nota della Regione, ingiustificato. E intanto c’è chi racconta come nasce la storia di quell’azienda.
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La precisazione della Regione Con riferimento alla situazione dell’agenzia formativa Associazione Progetto Moda, riferibile ad Andrea Zampi, precisa che «l’accreditamento è una procedura di autorizzazione gestita dalla Regione Umbria che garantisce la qualità dell’attività formativa e, ove previsti, anche la corretta gestione di fondi pubblici, e non comporta alcuna attribuzione di finanziamenti, contributi o altre forme di sostegni pubblici. L’associazione Progetto Moda, già accreditata fino al 2009, è incorsa, in quel periodo, nella sospensione temporanea di tale accreditamento, a seguito di accertamenti svolti in seguito a segnalazioni di presunte irregolarità pervenute da parte di soggetti frequentanti corsi di formazione tenuti dalla stessa. Nel contempo si è riavviato un percorso di accompagnamento, svolto anche dagli uffici regionali, in esito al quale, nel corso del 2011, è stato accertato nuovamente il possesso dei requisiti previsti dalla normativa».
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Verifica ordinaria Rientrando nell’elenco dei soggetti accreditati, l’Associazione Progetto Moda quindi «doveva essere sottoposta, nel corso del 2013, alla verifica ordinaria, prevista dalle disposizioni amministrative rispetto al mantenimento dei requisiti necessari, come stabilito per tutti i soggetti accreditati. Ad oggi l’associazione Progetto Moda – conclude la Regione – non risulta nè titolare nè gestore di alcun progetto formativo finanziato con risorse pubbliche di competenza regionale».
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Il testimone: tutto nasce in via Alessi Intanto, un vecchio conoscente della famiglia Zampi, che preferisce restare anonimo, racconta le radici della storia. «Quella di occuparsi della moda – dice – era una attività che in qualche modo Andrea Zampi aveva ereditato dalla madre, che fino agli anni ’90 era titolare, in centro a Perugia, di un frequentato negozio che si trovava in viaAlessi, poco più avanti della Chiesa a del Gesù. Erano i tempi in cui le donne che sognavano un certo vestito, magari visto in qualche rivista del settore, si rivolgevano alla madre di Andrea che era una eccellente modellista e aveva una clientela scelta».
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L’inizio delle difficoltà Risale forse a quei tempi la passione di Andrea di voler insegnare alle giovani della scuola di formazione che si era trasferita in via Enrico Toti, a Madonna Alta, l’arte del disegnare modelli. «C’è chi ricorda – prosegue il testimone – che anche il padre Giancarlo, cessata l’attività di rappresentante, aveva incoraggiato il figlio a subentrare nell’impresa di famiglia. Nei primi anni gli affari andavano abbastanza bene, ma poi accadde un episodio che i frequentatori del bar Toti adesso, anche alla luce della terribile tragedia del Broletto, ricordano: la città venne inondata verso la fine degli anni ’90 da manifesti e depliant pubblicitari che proponevano gli stessi corsi per modellisti che fino ad allora erano stati organizzati solo dalla famiglia Zampi. C’è chi racconta come quella concorrenza venisse considerata sleale, e anche allora ci furono rimostranze e probabilmente qualche iniziativa di carattere legale».
Il progetto va in crisi Secondo il testimone «questo clima di vedersi soffiare da sotto gli occhi un progetto che si riteneva di sicuro appannaggio di famiglia, la formazione delle future modelliste non deve di sicuro aver giovato al primogenito di casa Zampi». Potrebbe essere allora che iniziò a vedere ombre e sospetti che si sarebbero accentuati negli anni per via delle difficoltà per l’ottenimento dei finanziamenti, fino ad armare la sua mano e a compiere una giustizia sommaria che ha sconvolto la vita di tre famiglie e di un’intera comunità.
