La targa della caserma dedicata a Fezzuoglio

di Francesca Marruco

Carcere a vita. Diciotto mesi di isolamento diurno e per Raffaele Arzu anche il decadimento della patria potestà. Per l’omicidio del carabiniere Donato Fezzuoglio sono arrivate richieste pesantissime, che i pubblici ministeri Antonella Duchini e Paolo Abbritti hanno fatto per Pietro Pala e Raffaele Arzu giovedì pomeriggio al termine della lunghissima requisitoria.  Lo hanno sentito con le loro orecchie i due imputati perché giovedì erano entrambi presenti in aula. Ed entrambi, come tutti gli altri presenti, compreso il fratello, hanno guardato le foto del cadavere del giovane carabiniere ammazzato mentre faceva il suo dovere. Non hanno detto una parola.

Ricostruita l’indagine Nella requisitoria fiume i pubblici ministeri  hanno ricostruiti molti passaggi dell’indagine che portò in carcere i due sardi e molte delle polemiche che hanno accompagnato il processo. Prime fra tutte quella della cosiddetta «pista albanese».

Nessun albanese «Leviamoci dalla testa la pista alternativa-  ha detto il magistrato Antonella Duchini- . Prima di tutto gli albanesi erano troppo alti e poi è dimostrato che non fossero a Umbertide il 30 gennaio. Sulla lingua dei rapinatori, poi, dobbiamo valutare le prove, non possiamo ritenere attendibili le percezioni dei testimoni. E nessun testimone ha dato, sul punto, elementi oggettivi. C’è chi ha detto che l’accento fosse “slavo, del sud, nordafricano o zingaro”, non essendo poi però in grado di spiegarne le differenze. Non pensiamo a testimoni reticenti o falsi, ma dobbiamo arrivare all’oggettività.  E da tutte queste deposizioni di chi era in banca quella mattina c’è un solo elemento oggettivo: quando si sente arrivare la sirena, un rapinatore grida: “via via andiamo via”. lo dice in perfetto italiano. quindi nel momento di massima attenzione e di fretta parlano in italiano, non in slavo o africano».

Il modus operandi Analizzando la scena del crimine inoltre per il pubblico ministero è possibile dedurre che «La modalità dell’azione è tipica di un gruppo criminale organizzato. Un gruppo di grande capacità organizzativa criminale, con modalità già dimostrate in altre rapine per cui Arzu è stato condannato: la rapina a Subiaco, in cui c’erano Arzu e altri due e in cui vennero rubate 337mila euro e due pistole alle guardie nell’assalto al portavalori. La stessa modalità è stata usata nell’assalto al portavalori in frazione Turrino, in cui entrarono in azione sempre Arzu e altri due. Così come si verifica sempre  la modalità dei telefoni spenti durante le due rapine, ripetuta da Ivo Carta per la rapina di Umbertide».

Il testimone davanti al cimitero Ma per il pm Duchini, «c’è un dato che da solo basterebbe alla condanna» . E riguarda l’arrivo dei rapinatori al Monte dei Paschi di Umbertide. «Si sono incontrati verso le 15.30, venti minuti prima dell’assalto, davanti al cimitero. Li vede il testimone che lavora lì, arrivare un Nissan Pick Up con a bordo due persone. Poi arriva un Doblò bianco guidato da una persona che scende per salire sul Pick up. Dopo arriva anche la Lancia Thema scura con due persone a bordo. Il testimone ha riconosciuto in aula davanti a voi chi è sceso dal Doblò. ha detto che era il numero 12: cioè Raffaele Arzu. E lo ha riconosciuto senza alcun dubbio». Ma c’è anche chi ha riconosciuto Pala come uno degli occupanti della Lancia Thema.

Contro di loro Quelle due stesse auto vengono viste arrivare insieme nella banca di Umbertide: il Nissan sfonda la vetrina della banca e la Thema resta a fare da palo non lontano. Poi l’assalto. La sparatoria. Fezzuoglio ucciso da una raffica di Kalashnikov sparata dal sedile posteriore della Lancia Thema. E la fuga dei malviventi. Ci sono delle intercettazioni, e ci sono testimoni che riconoscono Pietro Pala e Raffaele Arzu, come facenti parte del commando assassino di Umbertide, c’è un mozzicone di sigaretta con il dna di Pala ritrovata vicino ad una delle auto che  secondo l’accusa sarebbero state usate per scappare da Umbertide.

La conversazione Ma soprattutto c’è quella testimonianza del soprintendente della penitenziaria, indagato per favoreggiamento, Mascia che sostiene di aver sentito Pala affermare di aver ucciso Fezzuoglio in una conversazione avvenuta nell’auto di Pala, una conversazione intercettata dai carabinieri di Perugia che è stata oggetto di perizie e contro perizie e che per l’accusa è una mezza confessione. In quella conversazione Pala, secondo la ricostruzione dell’accusa avrebbe ammesso di aver sparato. Parlano dei colpi al Pam e della rapina di Umbertide per il pm e raccontano di come avessero una vettura bloccata dai carabinieri. Pala, secondo quanto riferito dal pm in aula, farebbe riferimento a qualcuno che corre verso la banca e alla necessità di fare retromarcia. E’ dalla Thema in retromarcia che parte la raffica mortale. E per l’accusa infatti a premere il grilletto fu proprio Pala.  Si torna in aula venerdì per le parti civili.

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