di Francesca Marruco
Due nomi. Quello del carabiniere Donato Fezzuoglio, che venne ucciso a colpi di kalashnikov dal commando che rapinò il Monte dei Paschi di Siena ad Umbertide nel gennaio 2006 e quello di Raffaele Arzu, l’ex primula rossa sarda condannato a Perugia in primo grado per il fallito assalto al portavalori del Pam di San Marco di Perugia. «Fezzuoglio» e «Arzu». Due nomi per almeno cinque diverse interpretazioni, presentate da altrettanti periti. Dell’accusa, della parte civile, del giudice e delle difese. Tutte depositate nel corso dell’incidente probatorio, le cui risultanze sono finite sul tavolo del giudice Alberto Avenoso che martedì stesso potrebbe decidere se rinviare o meno a giudizio per l’omicidio del carabiniere Donato Fezzuoglio e per quello tentato dell’appuntato Monti, Raffaele Arzu, Pietro Pala, Pietro Roberto Fragata e Fabrizio De Montis.
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«Fezzuoglio», il contesto della conversazione Il nome di Fezzuoglio, per chi dei periti lo sente – intorno al minuto 1.14, o anche pochi secondi dopo al minuto 1.28 secondo altre interpretazioni – è contenuto in una conversazione avvenuta nell’auto di Pietro Pala, colui che secondo l’accusa ha materialmente premuto il grilletto, il 16 giugno 2008 intorno alla mezzanotte. Nell’ordinanza di custodia cautelare, a proposito di questa intercettazione stava scritto: «Pietro Pala, in compagnia di Gian Marco Mascia e di altri quattro uomini non identificati, espressamente riferendosi all’omicidio del Carabiniere Fezzuoglio, affermava di avere sparato al Fezzuoglio per difendere la vita di uno dei rapinatori, a lui legato da uno strettissimo vincolo di amicizia». E ancora: «Pala, per difendere la vita di Roberto che aveva parato due colpi di Fezzuoglio (ed il Fezzuoglio ha effettivamente esploso dei colpi di arma da fuoco in direzione dei tre rapinatori che stavano fuggendo a piedi dalla banca) aveva aperto il fuoco contro il Carabiniere, incurante della divisa indossata dal militare, divisa che il Pala ripetutamente mostra di disprezzare. Il Pala espressamente afferma che in nome del sentimento di amicizia per Roberto ha ucciso il C.re Fezzuoglio (“l’ho ammazzato pure”) e sarebbe ancora disposto ad uccidere rappresentanti delle forze dell’ordine per salvare la propria vita o per difendere un amico. Il “Roberto” che stava fuggendo a piedi dalla banca, che ha “parato” due colpi di Fezzuoglio e per difendere la vita del quale il Pala non ha esitato ad uccidere il Carabiniere, si identifica in Pietro Roberto Fragata».
I periti dell’accusa e del giudice Ebbene, sulla presenza o meno del nome Fezzuoglio in questa conversazione si scontrano diverse interpretazioni. Per l’accusa, il perito Giovanni Pirinoli sente Pietro Pala che dice «Chi tocca a Roberto… no, chi lo tocca in fondo» e un uomo non identificato che replica «lascia stare …che io … lascia perdere che lui ha parato due colpi de de Fezzuoglio». Per il perito del gip Salvatore Sanna, il nome del carabiniere ucciso non c’è. Per lui, in quel tratto di conversazione, una voce non attribuita direbbe: «lascia perdere che io lo so che c’ha da pararsi i colpi sia per te, e te per lui» e Pala risponderebbe «ma non me ne importa niente anche dell’arma né di lui…». Per gli esperti del Ris di Roma, a cui il sostituto procuratore Antonella Duchini ha commissionato una ulteriore perizia, depositata in fase di incidente probatorio, il nome di Fezzuoglio compare, ma in un punto poco successivo della conversazione, quando cioè, una voce anonima direbbe «eh, te l’ho detto io, se posso… (o Fezzuoglio o termine simile)».
Le perizie di parte civile e difesa Anche Angelo Cambula, il perito della parte civile, localizza il nome Fezzuoglio dove lo sentono i tecnici del Ris, ma lo attribuisce a Pala. Per Cambula infatti, nel punto in cui il perito dell’accusa sente il nome del carabiniere ucciso, per lui si dice «Lascia perdere… Che ha parato i colpi sia per te… e per lui» e solo qualche battuta dopo Pala direbbe «e te l’ho detto io… Fezzuoglio». Anche se lo stesso perito aveva consigliato esami più approfonditi per via del forte rumore di fondo. Per il perito delle difese Mariano Pitzianti il nome di Fezzuoglio non lo fa nessuno. In quel punto si direbbe invece,«Lascia perdere… che io l’ho sentito da quella sei colpi…».
«Arzu», le diverse interpretazioni Il nome di Arzu invece sarebbe contenuto in una conversazione avvenuta il 4 maggio del 2008 intorno alle 23 sempre a bordo dell’auto di Pietro Pala. A parlare sarebbero lo stesso Pala, Roberto Ganga e una terza voce non attribuita. Il perito del pm e l’esperto dei Ris – intorno al minuto 1.02 – sentono dire «coglione! Coglione a Arzu…». «Tale convincimento – scrivono i Ris nella loro perizia – è supportato sia dall’esame dell’oscillogramma del segnale che dallo spettro del medesimo dove risulta evidente la presenza della vocale ‘e’ di fine parola e la ripetizione della vocale ‘a’. Tali evidenze sono incompatibili con l’ipotesi che il parlatore pronunci: … coglione! Coglionazzu…». Per il perito della difesa, invece si direbbe «… coglione! Coglionaazzusu», nessun accenno dunque al nome di Arzu. E lo dimostrerebbero anche i diagrammi dei programmi informatici usati per l’analisi. Neanche il perito del gip sente quel nome, per lui, Roberto Ganga direbbe: «Coglione? Coglionazzu compari…», alla quale Pala risponderebbe «Comente, nepo’… Padrinu mi nata e geo coglione?», ovvero «Come nipote… Mi dice padrino e io coglione?».
Le parole di Pala e quelle di Mascia Che peso abbiano queste intercettazioni va da sé. Nella stessa conversazione in cui alcuni periti sentono il nome di Fezzuoglio, sarebbe lo stesso Pala ad affermare «ma l’ho ammazzato pure», riferendosi al carabiniere secondo l’accusa. «Su certe cose –si sentirebbe ancora nella conversazione- io prima sparo per salvare». Un’ammissione per il pm che li vuole processati per omicidio, tentato omicidio e rapina. Oltre alle conversazioni intercettate dai carabinieri del reparto operativo che indagavano sul fallito assalto al Pam, ci sono però, pesanti come macigni, le parole di Gian Marco Mascia, il sovrintendente della polizia penitenziaria, indagato per favoreggiamento, la cui posizione giudiziaria, attualmente è congelata. Mascia era stato ascoltato con la formula dell’incidente probatorio proprio su quella conversazione, perché secondo il pm, esisteva un rischio concreto di pressione e minacce da parte degli altri, e con la formula dell’incidente probatorio le sue parole sono diventate prova per l’eventuale processo.
L’incidente probatorio, le testimonianze e il dna Gian Marco Mascia in quella sede non aveva esitato a dire di aver sentito Pietro Pala affermare di aver sparato a Donato Fezzuoglio per salvare Pietro Roberto Fragata. Mascia in quella stessa occasione aveva sostenuto di non aver detto niente prima che finisse indagato perché «era una cosa troppo grande». Oltre alle sue parole, ci sono quelle dei testimoni presenti il giorno della rapina ad Umbertide. Alcuni dei quali riconobbero Arzu, all’epoca latitante. Infine, un mozzicone di sigaretta con il dna di Pietro Pala, trovato vicino una Fiat Uno che secondo le risultanze investigative venne usata dal commando per scappare dopo la sparatoria di Umbertide.
Le difese Gli avvocati Francesco Falcinelli per Pietro Pala e Caterina Calia per Raffaele Arzu hanno già chiesto il proscioglimento dei loro assistiti al gup Avenoso. Il penalista perugino Falcinelli ha sostenuto che contro Pala non esiste alcune prova concreta. Il cellulare di Pala, ad esempio sarebbe rimasto per tutto il tempo dell’assalto alla banca ad Umbertide e dei tragici momenti dell’omicidio del carabiniere, agganciato a celle telefoniche situate tra Marsciano e Deruta. Anzi Pala, titolare di un’azienda agraria, avrebbe anche risposto a delle telefonate di lavoro. Inoltre, sempre secondo la difesa, non ci sarebbe traccia del suo assistito nella Lancia Thema parcheggiata fuori dalla banca a fare da palo, da cui, secondo l’accusa, Pala sparò con Kalshikov a Fezzuoglio e Monti. L’avvocato Calia invece oltre a battere molto sulla questione intercettazioni, che se non remano contro l’accusa, di certo generano confusione, ha sottolineato come alcuni testimoni oculari parlarono di accento slavo dei rapinatori.Ora non resta che le ultime battute delle difese secondo cui gli esiti dell’indagine non provano nulla e l’attesa per la decisione del giudice.

