di Francesca Marruco
Quando il presidente della Corte d’Assise Giancarlo Massei ha pronunciato quel numero, 30, gli occhi del padre di Andrea Angelucci, il maresciallo dell’Arma investito e ucciso nel 2009, si sono riempiti di lacrime. 30 anni non sono l’ergastolo e a Dario Angelucci non restituiranno mai il figlio ammazzato mentre faceva solo il suo dovere di servitore dello stato, ma hanno il sapore della giustizia. Dall’altra parte dell’aula Rocco Varanzano che questi trent’anni li dovrà scontare è rimasto impietrito. Nessuna parola. Nessuna emozione tradita. Nulla. Fuori i suoi familiari hanno sperato fino all’ultimo in una pena più bassa.
Le due ricostruzioni Ma la Corte d’Assise ha accolto la ricostruzione accusatoria proposta dal pm Manuela Comodi e non quella della difesa. La prima voleva Varanzano omicida cosciente di quello che stava facendo quando lanciò il suv contro Angelucci a folle velocità. La seconda invece lo dipingeva come un uomo in fuga senza motivo per uccidere il maresciallo che si era trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato.
Incidente o volontà Si perché tutto il nocciolo di questo processo, celebrato infine davanti alla Corte d’Assise con rito abbreviato condizionato dopo che la stessa richiesta era stata avanzata e negata al gip Massimo Ricciarelli, si incentra sulla volontà o meno di Varanzano di uccidere il maresciallo Andrea Angelucci che insieme al collega Mauro Merli era in servizio presso un posto di blocco proprio per fermare Varanzano che aveva già ferito dei carabinieri e rubato un’automobile.
La linea della difesa E allora la difesa ha sempre sostenuto che Rocco Varanzano, una vita ad entrare e uscire dai carceri di mezza Italia, non aveva nessun motivo per uccidere il militare e cacciarsi così in un altro guaio, e che la morte di Angelucci era dipesa dal fatto che l’imputato non lo aveva visto in tempo per evitarlo. « Io non l’ho visto – aveva detto Varanzano nella precedente udienza – non lo conoscevo e non avevo nessun motivo per ucciderlo».
Omicidio volontario L’accusa invece alla Corte ha proposto un’altra ricostruzione. E lo ha puntualizzato nelle repliche la dottoressa Manuela Comodi che per l’imputato aveva chiesto una condanna all’ergastolo: « Varanzano aveva una visuale di 25 metri in linea retta davanti a lui. In più aveva i fari del suv. Impossibile che non abbia visto il maresciallo Angelucci. Varanzano gli è andato contro volutamente, l’unico modo per evitare che i militari lo fermassero».
La sentenza di condanna E alla fine, vista la sentenza emessa, è passata la linea dell’accusa. 30 anni di reclusione per i reati maggiori inerenti l’omicidio volontario del maresciallo Angelucci, il tentato omicidio dell’appuntato Merli, e dell’agente scelto Falzetti. Altri quattro anni e 800 euro di multa invece per furti e ricettazioni che gli venivano contestati. La Corte ha disposto anche la revoca dell’indulto. Per quanto riguarda le parti civili, i giudici hanno condannato Rocco Varanzano al pagamento di due milioni e mezzo di euro alla famiglia di Angelucci. Un milione a testa ai genitori e 500mila euro al fratello. Cifre queste che la corte ha liquidato autonomamente, in quanto nessuna richiesta in tal senso era arrivata dall’avocato di parte civile Maria Mezzasoma. Condannato anche al pagamento delle spese processuali. Per le altre parti civili costituite, Mauro Merli, Carmelo Infuso, Beltempo Luigi, Marcello Mancini, Stefano Moschini e il Ministero dell’Interno, la corte ha stabilito il pagamento delle spese processuali e il risarcimento da liquidarsi in sede civile.
Le reazioni Alla lettura della sentenza, come del resto all’ultima udienza celebrata a porte chiuse, erano presenti il comandante provinciale di Perugia, colonnello Angelo Cuneo, il comandante del reparto operativo Pierugo Todini, il comandante del nucleo investigativo Giovanni Rizzo e i comandanti delle compagnie di Perugia e Foligno Giovanni Cuccurullo e Andrea Mattei. Tutti ad attendere il verdetto e a sostenere i familiari del maresciallo che alla fine tramite il loro legale hanno parlato di «sentenza adeguata». «Aspettiamo le motivazioni – ha detto invece l’avvocato Laura Modena che difendeva l’imputato insieme ad Andrea Stefani -. Ma è una scelta quella della Corte che merita pieno rispetto dal punto di vista delle vittime. Come lo quella molto saggia quella della liquidazione immediata del danno». Un danno che, per quanto possa essere risarcito e in questo caso difficilmente avverrà visto che Varanzano non possiede nulla, non ridarà mai indietro Andrea alla sua famiglia.


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