di Chiara Fabrizi

Chiesto l’ergastolo con 18 mesi di isolamento per Dmytro Shuryn, il 33 ucraino reo confesso imputato per l’omicidio di Bala Sagor, per tutti “Obi”, il 21enne bengalese che ha ucciso nel settembre scorso, per poi smembrarne il corpo e gettarlo in tre differenti zone di Spoleto. La richiesta è stata formalizzata al termine della requisitoria del procuratore capo Claudio Cicchella e del sostituto Roberta Del Giudice, per i quali il movente dell’omicidio resta «economico», ossia i 150 euro di debito residuo che “Obi” la mattina del 18 settembre scorso voleva indietro da Shuryn, che aveva il vizio del gioco. L’imputato è stato definito «freddo, lucido e calcolatore», oltreché «abituato a mentire».

A contestare la ricostruzione dei pm la difesa affidata all’avvocato Donatella Panzarola, secondo cui parlare di movente economico «è una semplificazione»: a innescare la coltellata letale al collo che ha ucciso “Obi” sarebbe quindi stata, per Panzarola, la «condotta offensiva e inaspettata» tenuta dalla vittima, che in cantina davanti al diniego alla restituzione dei soldi avrebbe spintonato più volte Shuryn. In questo quadro, la difesa ha quindi chiesto di escludere l’aggravante dei futili motivi per l’omicidio, di riconoscere l’attenuante della provocazione e anche le attenuanti generiche come prevalenti sull’aggravante del vilipendio e dell’occultamento.

Nella requisitoria a due voci, durata complessivamente oltre 90 minuti, i magistrati hanno sì inquadrato l’omicidio volontario aggravato dai futili motivi come un delitto sorretto dal dolo d’impeto, ma hanno ricondotto il successivo vilipendio e occultamento (aggravati dalla finalità di celare la morte del giovane) al dolo intenzionale «nella sua peggiore manifestazione». 

Col corpo senza vita di “Obi” lasciato in cantina coperto da un telo, Shuryn «ha riflettuto tutta la notte» e «ha fatto ricerche sul Ponte delle Torri e sull’ex ferrovia Spoleto-Norcia», definendo «un piano logico e meditato» per liberarsi del corpo, è stata la ricostruzione di Del Giudice in aula, che ha parlato di «pragmatismo del male».

Per sostenere la tesi di Shuryn quale uomo «freddo, lucido e calcolatore», i magistrati hanno indicato anche la visita che l’imputato, la mattina stessa dell’omicidio, ha compiuto in un negozio di telefonia: agli inquirenti il cuoco ucraino di 33 anni ha detto che lì sarebbe andato per farsi sistemare lo schermo dello smartphone, ma è poi emerso che alla commessa avrebbe chiesto come ottenere il codice Puk per sbloccare il telefono di “Obi” «per continuare verosimilmente a costruirsi un alibi», inviando altre comunicazioni.

Cicchella e Del Giudice hanno quindi calcato la mano sul comportamento di Shuryn che a loro dire non meriterebbe il riconoscimento di benefici e attenuanti generiche. In questo senso, centrali nella requisitoria sono le «storie di fantasia inventate» da Shuryn sia a indagini in corso, quando ha mostrato e fatto ascoltare agli inquirenti gli audio inviati a “Obi” dopo averlo ucciso per costruirsi un alibi, che due mesi dopo quando già in carcere per il delitto ha ritrattato la propria confessione, accusando dell’omicidio due bengalesi residenti a Napoli e costringendo gli inquirenti a verificare una versione alternativa, subito smentita dagli accertamenti. Anche la confessione di Shuryn avvenuta in sede di convalida del fermo non è considerata meritevole, «perché – hanno detto sia Cicchella che Del Giudice – avvenuta soltanto quando non poteva fare altrimenti».

Tutti punti, questi, su cui la difesa ha offerto differenti ricostruzioni. Per Panzarola Shuryn avrebbe tentato di ottenere il Puk dello smartphone di “Obi” per cancellare il messaggio vocale che subito dopo il delitto aveva inviato al numero della vittima per costruirsi un alibi: se ci fosse riuscito, questo il senso, forse avrebbe evitato il vilipendio e l’occultamento. Anche sulla lucidità con cui avrebbe agito il 33enne, la difesa ritiene che semplicemente «non sapesse cosa fare dopo il delitto».

Contestata anche la presunta confessione «opportunistica», con Panzarola che ha sottolineato come Shuryn abbia fornito alla prima occasione utile davanti a un giudice, ossia in sede di convalida, una versione dei fatti a 360 gradi, pienamente confermata dalle indagini, senza proporre «ricostruzioni che potessero essergli più favorevoli, come ad esempio la legittima difesa, di cui non ha mai parlato».

Infine, sulla scelta di ritrattare la confessione alla fine del novembre scorso, la difesa l’ha imputata alle prime interlocuzioni avvenute in carcere tra Shuryn e i familiari comprensibilmente increduli: Panzarola sostiene, in sintesi, che il suo assistito avrebbe fornito una versione alternativa nel tentativo di renderla più accettabile ai suoi familiari. «Abbiamo di fronte un ragazzo descritto anche in dibattimento da diversi testimoni come mite, educato, mai protagonista di litigi, oltreché puntuale e irreprensibile sul lavoro», ha detto in aula Panzarola, che si è vista respingere per la seconda volta dalla Corte d’Assise la richiesta di perizia psichiatrica per accertare la presunta ludopatia di Shuryn, «che – ha detto – non aveva il pieno autocontrollo di sé». La sentenza della Corte d’Assise di Terni è attesa il 4 giugno.


Questo contenuto è libero e gratuito per tutti ma è stato realizzato anche grazie al contributo di chi ci ha sostenuti perché crede in una informazione accurata al servizio della nostra comunità. Se puoi fai la tua parte. Sostienici

Accettiamo pagamenti tramite carta di credito o Bonifico SEPA. Per donare inserisci l’importo, clicca il bottone Dona, scegli una modalità di pagamento e completa la procedura fornendo i dati richiesti.