«Michele non si è tolto la vita. La sua morte non è stato un suicidio come all’inizio volevano farci credere. Il gas lo ha ucciso lentamente e nessuno lo ha salvato. Nessuno si è accorto di quello che stava passando, nonostante tutte le nostre denunce». E’ una voce di mamma quella che chiede verità sulla morte di Michele Massaro, 23 anni morto nel carcere di Capanne il 12 gennaio scorso. Dalle colonne della Gazzetta del Mezzogiorno racconta chi era Michele.

Impossibile rassegnarsi «Quando ti muore un figlio in quella maniera, non puoi rassegnarti», racconta al quotidiano pugliese, secondo il quale, insieme con il marito Mimmo, Michela oggi vuole capire perché quel ragazzone originario di Fragagnano (Taranto), curato in carcere con gli antidepressivi, sia stato lasciato da solo in cella e con la disponibilità di una bomboletta del gas necessaria, ufficialmente, per preparare i pasti.

Inalava il gas per stordirsi Da quanto riporta la Gazzetta del Mezzogiorno, Michele quel gas lo inalava abitualmente per stordirsi, per «cancellare in un solo colpo le mura, le sbarre, tutti quei chilometri che lo separavano dalla famigli0061». Poco più che adolescente, infatti, Michele era diventato tossicodipendente. Da allora Michela e Mimmmo hanno iniziato una lunga battaglia per strapparlo alla droga. Si erano rivolti ad un’associazione, il Cast (Centro assistenza sulla tossicodipendenza) e, insieme con il figlio, aveva cominciato il faticoso percorso nelle comunità di recupero dei tossicodipendenti. Michele era stato ad Oria, poi ad Assisi.

Più volte in carcere Più volte, come capita spesso ai tossici, era finito in carcere per furti e tentativi di rapina, fino all’ultima condanna: un cumulo di pena di otto anni e sei mesi. Doveva restare in cella fino al 2018. «Era disperato il mio Michele – dice papa Mimmo -, perché voleva tornare in comunità dove era seguito e dove aveva iniziato il percorso di disintossicazione. Ma il giudice è stato inflessibile. Non si è reso conto di avere di fronte un ragazzo debole e spaventato. Per lui mio figlio era solo un numero su una pratica da evadere in fretta».

L’ultima visita, poi la morte L’ultima visita a Capanne, due giorni prima di Capodanno. Michele – scrive il quotidiano – è pallido come un cencio, respira a fatica, sembra asmatico. I genitori chiedono di essere ricevuti dal direttore del carcere di Perugia ma non ci riescono. Chiedono che il figlio sia visitato. Il medico vede Michele qualche giorno dopo. «Il dottore ci ha detto: ha il cuore forte come un toro – raccontano -. Ma a mio figlio non è stata fatta né una spirometria, né un’analisi del sangue». Poi la morte. Mamma Michela e papà Mimmo non chiedono giustizia, ma solo una risposta a tutti i loro perché.

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