di Marco Torricelli

Piove, a Montefranco. Acqua mista a neve. Ma forse è meglio così. Perché, almeno, anche mani grandi e callose possono passare con finta noncuranza su guance ispide di barba, a tirar via le lacrime. Ma quelle braci negli occhi dicono altro, mentre Maria Elena Petruccioli – la 25 enne uccisa nel tragico schianto, nella notte tra giovedì e venerdì, provocato dall’auto di due banditi in fuga – entra per l’ultima volta nella chiesa della Madonna del carmine.

La messa Una chiesa piccola, troppo piccola, anche per contenere un decimo delle persone che sono qui. C’è tutto il paese, ma non solo. Tanto che anche il sagrato si riempie in un attimo. Nonostante la pioggia battente. Di chi è venuto per mandarle un bacio, per fare una carezza alla bara dove l’hanno composta, per rivolgere uno sguardo a Sonia, la mamma, che avuto la forza di pensare «a chi, come noi, oggi ha un motivo per piangere». Lo ricorda, il prete, mentre invita la piccola comunità a «perseverare nell’atteggiamento di comprensione e perdono, senza lasciarsi andare alla ricerca di vendette». E mentre questo avviene, a pochi chilometri di distanza, un gesto tenero lo fanno anche i calciatori della Ternana, deponendo un mazzo di fiori sotto la curva Est, prima della partita con il Bari.

Le parole della sorella Una chiesa stracolma ed un sagrato pieno di ombrelli, pieno di quei colori con i quali, dice Giulia, la sorella minore in uno straziante saluto che rivolge a Maria Elena «eri brava, com’eri brava in tante delle cose che facevi. Noi eravamo diverse e su molte cose ci trovavamo spesso in disaccordo – le parla come se la sorella potesse ascoltarla – ma io adesso come faccio? Chi mi terrà la mano? Sono stata fortunata ad averti vicina e resterai qui, con me». Ombrelli colorati che, chissà perché, ma fanno pensare ad una coltre protettiva, stesa dai paesani su Maria Elena. Ma mica per la pioggia. No. Per proteggerla dai miei, dai nostri sguardi. Gli sguardi degli estranei.

La rabbia e il dolore «Era una figlia nostra, voi che c’entrate? Lasciatecela piangere in pace», ci dicono. E ci invitano a farci indietro, a tirarci da parte. Quasi come se temessero che potessimo sporcare, in qualche modo, questo momento terribilmente privato. E come dar loro torto? O c ome farlo, quando senti un ragazzo dire sottovoce: «Che almeno quello – riferendosi al ladro che è in ospedale, mentre il secondo dei due albanesi che erano a bordo dell’auto che ha travolto quella di Maria Elena, è anche lui morto sul colpo – non ce lo ritroviamo in giro tra poco tempo». Per poi abbassare la voce e dire all’amico: «Adesso vado a casa, qui mi vergogno a piangere».

Ave Maria Sono state le note dell’Ave Maria di Schubert a fare da sottofondo all’ultimo saluto che Montefranco le ha dato. Prima di lasciarla andare. Verso quella cremazione che, come ha deciso la sua famiglia, l’attende. Ma a me, mica lo so perché, torna in mente un verso di una canzone: «Non lo sapevi, ma cosa hai pensato quando lo schianto ti ha uccisa. Quando anche il cielo di sopra è crollato, quando la vita è fuggita», che magari nemmeno le piaceva. Ma spero di sì. Ciao, ragazza. E scusaci, se il mondo nel quale sei stata costretta a vivere e morire non è bello come quello che avresti meritato.

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